Correva l’anno 1938 quando, il 30 ottobre, in America un giovane e già famoso conduttore radiofonico di nome Orson Welles interruppe la trasmissione “La guerra dei mondi”, per dare la notizia che i marziani erano sbarcati sulla terra.

L’annuncio amplificato dai media, provocò un’ondata di panico in tutti gli Stati Uniti alimentando una psicosi collettiva, tanto infondata quanto irrazionale. Da allora, il caso diventò oggetto di studio anche nelle aule universitarie.

E’ un altro caso mediatico che si può analizzare in un corso di Scienze della comunicazione, oltre che naturalmente un caso sportivo e giudiziario, quello del derby sospeso domenica 21 marzo all’Olimpico a furor di popolo.

Gli elementi fondamentali ci sono tutti: la notizia, o meglio la falsa notizia; la smentita, le fonti e infine il pubblico. Ma forse se ne può trarre qualche conseguenza d’ordine più generale anche sul piano politico e sociale.

Che la falsa notizia sia stata diffusa ad arte o meno, magari da un accordo fra le due tifoserie per “ricattare” il governo o per qualsiasi altro scopo, meno importa. Certo è che i suoi effetti sono stati immediati e contagiosi e potevano essere devastanti.

Ma qui, a differenza del caso di Orson Welles, è mancata qualsiasi amplificazione dei media: bisogna dare atto, al telecronista che curava la diretta su Sky di aver usato la massima cautela e responsabilità, con un comportamento professionalmente ineccepibile.

E’ bastato invece il tamtam, il passaparola fra i tifosi, il network dei telefonini, per diffondere la vox populi nel giro di pochi minuti. Resta ancora da capire come e perché un megafono, in funzione sugli spalti fin dall’inizio della partita abbia potuto lanciare messaggi a volume tanto alto che si potevano ascoltare anche attraverso l’audio della Tv.

Lo stesso annuncio ripetuto più volte dall’altoparlante dello stadio, “La notizia è assolutamente priva di qualsiasi fondamento”, è risultato inutile e anzi controproducente: chi ancora non sapeva del presunto incidente, così è venuto a saperlo.

Un’altra conferma del vecchio detto che circola da sempre nelle redazioni dei giornali, per cui “una smentita è una notizia data due volte”. Nel caso dell’Olimpico, neppure le fonti ufficiali (il prefetto e il questore, scesi in campo per tranquillizzare tutti) sono state considerate attendibili. Perfino l’arbitro non gli ha creduto, come pure avrebbe dovuto.

E prima di interrompere la partita, non s’è rivolto alla sua Federazione, al “governo del calcio”, bensì alla Confindustria del pallone: cioè a Galliani, presidente della Lega e vicepresidente del Milan, anch’egli in palese conflitto d’interessi. Alla fine, il pubblico del derby ha dovuto credere alla (falsa) notizia e non alla smentita uffciale. Al tamtam dello stadio più che all’altoparlante.

A tre o quattro capi degli ultrà più che al prefetto o al questore. Fortunatamente all’uscita è andato tutto bene, grazie all’impegno delle forze dell’Ordine: ma chi si sarebbe assunto la responsabilità di una strage, in caso d’incidenti più gravi?

Sullo sfondo di un episodio come questo, al di là dei confini sportivi e giudiziari, emerge il clima di violenza e di paura che oggi domina la psicologia di massa e rende tutto instabile , incerto, precario.

E’ l’onda lunga di un incubo collettivo, propagato dalla minaccia del terrorismo internazionale, al quale corrisponde quella “fluidità” dell’opinione pubblica: un’iper-sensibilità, mista ad una percezione d’insicurezza e di vulnerabilità.

Tanto più contagiosa dopo il massacro di Madrid, a maggior ragione tra gli appassionati di calcio, dopo le polemiche sulle partite disputate ugualmente.

Ma il caso dell’Olimpico dimostra pure che c’è una diffidenza diffusa, una sfiducia crescente nei confronti delle autorità costituite, delle fonti e delle versioni ufficiali. Evidentemente le menzogne di Bush e di Blair sulla guerra in Iraq, le bugie di Aznar sulla matrice dell’attentato contro la Spagna e verosibilmente anche quelle più casalinghe del nostro Capo del governo, hanno provocato un cortocircuito nel sistema dell’informazione la quale tende a escludere gli stessi mass media. E’ un motivo in più per riflettere in questo momento particolare sulle responsabilità di un giornalismo indipendente, libero dalla servitù (più o meno volontaria) dell’autocensura e dell’inganno.

Tonino Armata,
San Benedetto Tr. 31 marzo 2004

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