La storia. Anders, fratello minore di Mikkel e del folle Johannes Borgen, vorrebbe sposare Anna, figlio del sarto Peter, che, però, per contrasti religiosi col vecchio Borgen, si oppone alle nozze. Il dissidio si compone quando Inge, moglie di Mikkel, muore di parto. Quando la bara sta per essere chiusa, appare Johannes, guarito dalla pazzia, e pronuncia il “verbo” (della fede) che resuscita la donna.

Penultimo film del grande regista danese (1889-1968), Ordet è un’opera di liturgica e solenne belleza, girata quasi per intero in interni, in un’astratta dimensione spazio-temporale che non esclude nè l’approfondimento dei personaggi nè la cura dei particolari.

“La fede dei semplici – dice Dreyer – muove le montagne e resuscita i morti perchè è fede nella vita e nell’amore.” Il conflitto tra due diversi modi di intendere la religione, costante nel cinema di Dreyer, trova qui una delle espressioni più felicemente e intensamente risolte.

Il testo di Kay Munch, La parola, da cui è tratto il film con cui Dreyer ha vinto il Leone d’oro alla Mostra di Venezia, era stato già portato sullo schermo in Svezia da Gustav Molander nel 1943.

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