Intendo svestire per un attimo i panni del collaboratore di questo giornale e indossare quelli del tifoso, seguire lo spirito che domenicalmente mi caratterizza allorquando varco i cancelli del Riviera delle Palme e calpesto i gradoni della Nord.

Samb-Giulianova di ieri pomeriggio.
Giungo allo stadio con soli quindici minuti d’anticipo, con passo svelto mi dirigo verso lo stadio. Come mia consuetudine lascio la macchina a poca distanza dall’uscita della sopraelevata.

Dietro di me molte autovetture cariche di giuliesi strombazzano e tirano fuori dai finestrini sciarpe e vessilli. Prendo in fretta e furia le mie cose, chiudo a chiave la macchina e soprattutto lego al collo la sciarpetta rossoblu.

Non do troppa importanza al gruppo di sostenitori giallorossi che si sta ingrossando sempre più. E’ lo “zoccolo duro” del tifo ospite, munito di striscioni, sciarpe, bandiere, due aste; nascono i primi cori, la sfida è sentita, quella qui in riviera – dopo Teramo naturalmente – è la trasferta dell’anno.

E’ inevitabile: si accorgono della mia presenza. Notano la sciarpa rossoblu che pendola dal mio collo. In breve mi rendo conto di essere osservato da più occhi. “Parte” un ragazzo, si incappuccia la testa, mi si fra incontro sbraitando non so bene cosa. Vado anch’io verso di lui, inutile starmene rintanato all’estremità della pista ciclabile, la cosa migliore è farmi vedere dalla celere che nel frattempo sta sopraggiungendo.

Il “tipo” intanto ce l’ho davanti, ce l’ha con la mia sciarpa che, a suo dire, è una provocazione bella e buona. Ci mette sopra una mano nel tentativo di sfilarmela di dosso, glielo impedisco tenendola con energia.

Ecco che il gruppo di cui dicevo (almeno una cinquantina di persone) si avvicina minaccioso; al mio fianco nel frattempo è giunto un ragazzo – un “armadio”! – di fede rossoblu, è arrivata anche la celere che tenta di calmare gli animi.

Il sottoscritto in ogni caso rimane tranquillo, difendo la sciarpetta senza alzare le mani, mentre il giuliese “tutto fumo e niente arrosto” continua ad agitarsi, a sbraitare, a sbuffare, ma a non fare l’ “ultras”, non cerca “l’uno contro uno”, è rassicurato dalla presenza del branco, ma al tempo stesso è forse intimidito dalle forze dell’ordine.

I celerini ci tengono a distanza, il resto del gruppo si unisce agli insulti dell’ “eroe”. Lascio cadere le provocazioni, potrei ben poco da solo, ma soprattutto la mia personale concezione ultras (impopolare, me ne rendo conto, tra gli ultras stessi) non contempla l’atto violento.

Finisce tutto lì. L’ultras giallorosso, che di ultras ha dimostrato di avere ben poco (leggi l’uno contro cinquanta) prosegue la “passeggiata” fin sotto la Sud, io mi dirigo dalla parte opposta, non prima di essermi un poco sfogato con le forze dell’ordine – Questore e Prefetto dove vado a pescarli?! – sostenendo che la causa di tutto questo è da ricondursi unicamente al “blocco del traffico”.

E allora per mezzo di queste righe mi appello a coloro che in nome del “sacro scopo” della sicurezza – ma quale?! – vogliono farci credere che simili misure (nemmeno a San Siro o all’Olimpico hanno mai pensato una cosa simile!) siano necessarie. Sempre. A prescindere.

Abbiamo o non abbiamo il diritto, da abbonati o da paganti, di parcheggiare le nostre macchine e qualsiasi altro mezzo di locomozione nei pressi del Riviera!? Abbiamo o non abbiamo il diritto di popolarne le gradinate senza mescolarci ai tifosi ospiti durante il tragitto per arrivare allo stesso?! Abbiamo o non abbiamo il diritto di “giocare in casa” nel vero senso della parola?! Abbiamo o non abbiamo il diritto di far sfoggio liberamente dei colori rossoblu senza doverci guardare intorno, sul “chi va là”?!

No amici lettori, perché nella sostanza siamo prigionieri del nostro stesso stadio, siamo ospiti indesiderati quando invece dovremmo essere padroni di casa.
Perdonate lo sfogo, ma è una vergogna, una grande vergogna!

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