“… E mio padre moriva! Io lo avevo già visto molto malato, ma quella volta era diverso. Mio padre se ne andava di attimo in attimo, e io rimanevo di fronte a lui per compatire. Capivo che lui non mi ritrovava, ma non basta capire, bisognerebbe essere. Dovevo trovare in me un altro uomo più grande di me per aiutarlo a morire dolcemente. Ma c’ero solo io, questo. E mi mancava la possibilità di dire una cosa a un altro. Questo io non ce l’avevo. Provai ad allungare una mano ma con paura, senza amore. Forse è solo questo che possiamo fare senza ingannare noi stessi. Sudava gocce così grosse che sembrava piangesse con tutto il corpo. In quei momenti è seccante essere diventati poveri come si è. Si manca di quasi tutto quello che occorre per aiutare qualcuno a morire. Mio padre era solo! Ma se non esiste più neanche un essere, magari in qualche parte del mondo, con cui puoi… Sono solo! Sono solo! Sono solo!?.

Sono pochi gli uomini che hanno saputo esprimere – come fa Giorgio Gaber in questo pezzo – l’immensa e drammatica solitudine dell’uomo di fronte al mistero della morte. La sua inadeguatezza. La sua incapacità di trovare in se stesso risposta. Che hanno saputo tirare fuori e guardare in faccia il grido dell’uomo di fronte a questo ineludibile mistero. La sua smisurata e bruciante attesa di una risposta. Di una risposta come abbraccio, come compagnia; come presenza capace di contrastare e resistere e vincere sulla sua tremenda solitudine.

Il problema della vita è sapere se questa risposta c’è o non c’è. Certo, “se non esiste più neanche un essere, magari in qualche parte del mondo, con cui puoi…?, se non c’è nessuno… allora, sei solo! Sei solo a cercare di attutire il colpo, pensando il meno possibile, evitando di confrontarti con la profondità della tua domanda. Con la tua domanda di vita! Con la tua domanda di vita messa in scacco dalla morte.

Restando soli, ci ritroviamo nudi; ritroviamo scoperta tutta la nostra incapacità: non sappiamo come colmare, non sappiamo cosa dire, non sappiamo come toglierci dall’imbarazzo. Quando poi la morte aggredisce fuori dalle naturali circostanze nelle quali accade, quando addirittura è l’esito tremendo di una “scelta?, allora la confusione è totale e il tentativo di attutimento rimane l’unica possibilità di sopravvivenza.

Non credo sia necessario scomodare studi di statistica per accorgersi che stanno tragicamente aumentando i ragazzi che tentano o realizzano la propria morte. Sono tanti. Sempre di più… E noi cosa guardiamo? Come ci poniamo? Cosa sappiamo dire? Quando finiamo di tergiversare sulle circostanze e sulle modalità, quando dobbiamo andare all’ultimo “perché?, cosa ci inventiamo? Quali sono i commenti? E i giornali, che condizionano ed esprimono ciò che siamo, cosa sono capaci di riportare? Attorno a noi, quasi sempre: niente e ancora niente! Menzogna e ancora menzogna! Andateli a sentire quei discorsi di cinica curiosità. Andatele a vedere quelle locandine; andateli a leggere quei titoloni; andate a sbirciare dentro quegli articoli… Non ne possiamo più di sentire e di leggere che “nessuno sa spiegarsi un gesto del genere?… che “era una bravissima persona?… che “andava bene a scuola? e che “non le mancava niente?; oppure che “… deve senz’altro trattarsi di una delusione d’amore?. Basta! È mille volte meglio stare zitti che inventarsi questo o quel motivo, carpito da non si sa quale passante, ascoltato da non si sa quale voce. Sì, basta! Lasciateci in pace: di questo insulso chiacchiericcio da bar non sappiamo proprio cosa farcene. Anzi, ci infastidisce.

Che almeno ci si inchini di fronte al dolore. Si osservi il silenzio. Si renda onore a chi non è più tra noi.

E se c’è ancora in noi qualcosa di umano, si provi a fare i conti con quell’irriducibile domanda di vita che noi siamo. Ogni risposta, quando va bene, è parziale: quella che mette sul banco degli imputati questa corrotta società, “che non è più quella di una volta…?; come quella di chi spera di acquietare la propria coscienza convincendosi che quella persona lì, capace di quel gesto lì, è fuori, è out, non è come noi, è irrimediabilmente malata… Che gli psicologi – che non sono i novelli padreterni – facciano pure il loro mestiere, ma noi no! Noi – tutti noi – dobbiamo cominciare a fare i conti con quella domanda, con quella domanda di vita! Dobbiamo cominciare a capire che noi siamo questa domanda aperta di senso, di significato. Dobbiamo cominciare a riconoscere che non siamo noi a poter dare a noi stessi la risposta che cerchiamo (e l’evento della morte ne è l’ultima e più grande evidenza). Dobbiamo cominciare a guardare che l’attesa di Uno che finalmente possa raccogliere il nostro grido misura la nostra statura di uomini (ed è proprio quando si spegne questa attesa che smettiamo di essere uomini: accontentandoci di sopravvivere ricorrendo a uno dei mille “calmanti? che qualcuno ci offre; oppure, quando questo – magari proprio per un’acuta e profonda coscienza – non riusciamo ad accettarlo, togliendoci la vita in un ultimo paradossale e tragico grido di vita). Dobbiamo finalmente acconsentire alla nostra ragione che, pena la negazione dell’evidenza, continua a ripeterci che non siamo noi la verità della vita; che non siamo noi e non dipende da noi il suo significato. E allora? Cosa fare? L’unica alternativa è rassegnarsi all’assurdo caso e all’incolmabile solitudine?

Un giorno, nella storia, nel tempo, in un tempo e in un luogo precisi e documentabili, un Uomo ha detto: “Coraggio, non temete, sono Io?. Scrive Nicolino Pompei: “Dio si fa uomo, l’Infinito si fa compagnia incontrabile e condivisibile di Uomo all’uomo. Dio si rivela nell’uomo Gesù che accade nel tempo per salvare l’uomo del e nel tempo, per rispondere alla sua drammatica attesa di significato. Descrittive di questa sorprendente iniziativa del Mistero sono le incredibili parole che usa il grande poeta inglese Eliot nei Cori da «La Rocca»: «Quindi giunsero, in un momento di tempo predeterminato, un momento nel tempo e del tempo. Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia… un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c’è tempo. E quel momento di tempo diede il significato». Quel momento di tempo è l’accadere di Dio che si fa Uomo; è l’accadere del Significato di tutto tra noi, della Salvezza dell’uomo proprio nel drammatico rapporto con il tempo e la realtà. Al drammatico grido, alla continua supplica di ogni uomo, di ogni tempo, Dio, l’Eterno, risponde; risponde in maniera inimmaginabile: accadendo in un momento di tempo, in un Uomo nel tempo e nella realtà?.

No, non siamo soli!

Don Armando Moriconi

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