Quando si insegue un pallone che rotola su un campo verde non si sa mai dove può portarti. Ma quello che Giovanni Martisciello (nato il 19/08/71 ad Ischia) ha rincorso è stato veramente passionale. L’amore verso un gioco, l’entusiasmo a far bene e l’incessante spinta dei tanti innamorati del calcio, sono state le tappe che hanno condotto il Martusciello giocatore all’apice della carriera. Il suo è stato un percorso di vita raccontato nei minimi particolari come se in quell’istante fosse tornato ad essere il protagonista di quelle vicende. Tuttavia la peculiarità che traspare dalle sue parole e che colpisce chi ascolta è l’entusiasmo. E ce ne mette davvero tanto per emozionare gli altri e se stesso come un ragazzino al primo appuntamento. Anche in campo non concede tregua all’avversario. Grinta e personalità in un concentrato da bere tutto d’un fiato. Ma Giovanni tolte scarpe e pantaloncini, toglie pure la maschera da duro. Quel simpatico accento napoletano scekerato alla briosità del suo sguardo lo rendono oltre che un padre affettuoso, un uomo di umili pretese con un infinito sogno da rincorrere. Né palloni, né reti da segnare. La Samb per tornare a B…allare nei palcoscenici più prestigiosi sotto i riflettori dei più famosi registi calcistici, parola di Martusciello.

Giovanni, descriviti come uomo e come persona.
Sono un semplicissimo ragazzo di 33 anni come tutti gli altri. Ho avuto la fortuna di sfondare in uno sport come il calcio, un sogno che ho cullato fin da bambino e che mi ha dato la possibilità di calcare i campi della serie A e B. Come calciatore sono grintoso, non mollo mai. Ciò mi ha premiato fin dagli inizi in cui militavo in serie C.
Solitamente si inizia a giocare a calcio ad una età molto piccola per puro divertimento. Tu quanti anni avevi?
Ho iniziato molto presto. Mio padre giocava poi per motivi di lavoro ha dovuto smettere, faceva il marinaio. Così ho ripreso questa sua passione, volevo raggiungere quello che faceva lui. Ho avuto più fortuna.
Brevemente ci puoi raccantare la tua lunga carriera, dalle giovanili fino alla Samb?
Come dicevo prima, ho iniziato presto. Ho fatto i giovanissimi e gli allievi nell’Ischia. Poi a sedici anni sono passato in prima squadra, l’Ischia militava in serie C nel girone meridionale. Sono rimasto lì per nove anni, dopo il miracolo salvezza ai play out ho deciso di chiudere perchè avevo dato tutto, cercavo nuovi stimoli. Così sono arrivato ad Empoli per cinque anni, in serie A, dove ho conosciuto il calcio che conta. Inseguito sono andato per otto mesi al Genoa. Una piazza in cui ho trovato difficoltà sia per l’ambiente sia per le troppe responsabilità. Il trasferimento in terra ligure è stato il primo che ho fatto per soldi e non per affetto. Palermo, Cittadella, Catania le altre destinazioni. Nella squadra siciliana ho totalizzato 30 presenze e segnato tre reti. Poi sono stato tre mesi a casa, ho dovuto pagarmi il ritiro fatto con De Feis e mister Ortega per la preparazione pre-campionato. Infine è giunta la chiamata della Samb, la squadra per cullare il sogno della B.
Tra tanti tuoi colleghi, ce n’è uno che ammiri in modo particolare?
Baldini, ex calciatore ed allenatore dell’Empoli. Mi ha aiutato dopo il mio traferimento da Ischia alla squadra toscana. Mi ha fatto crescere come uomo, ero un tipo impulsivo. Ci capiva e gran merito va a lui per i risultati che ho ottenuto.
E tra gli allenatori che hai avuto, chi occupa un posto speciale nel tuo cuore?
Spalletti, è chiaro. Era uno sche scendeva in campo con noi durante gli allenamenti. Ero molto indisciplinato, non riuscivo a tenere tatticamente la posizione. Lui ce l’ha fatta, mi ha praticamente regolato.
Il ruolo che ricopri oggi è lo stesso di allora?
Sono nato come libero, vedi Cottini e Franchi. Poi sono arrivato a ricoprire il ruolo di tornante a destra. Ad Empoli ero mezz’ala sinistra. Con Spalletti ho provato tutte le posizioni, posso ritenermi un calciatore duttile. Oggi devi saper fare qualsiasi ruolo a seconda delle esigenze che si incontrano in un campionato.
Parlaci della tua famiglia di origine.
I miei genitori sono entrambi di Ischia. Ho tre fratelli e una sorella gemella sposata con tre figli. Ho un bimbo di sette anni, Alfonso, nato lo stesso mese e giorno in cui sono nato io. Mia moglie si chiama Restituta, come il nome della Santa Patrona di Ischia. Siamo una famiglia tranquilla.
Hai calcato diversi palcoscenici importanti del calcio, c’è un aneddoto che ti piace raccontare volentieri?
Ce ne sono tante di situazioni. Ricordo il primo gol in serie B con Esposito venuto subito ad abbracciarmi e il primo gol in serie A (con la Lazio 0-1) sempre con Esposito in prima fila a gioire con me.
Se non sbaglio fino a pochi mesi fa, ti allenavi con il “Team Estate”, una formazione di disoccupati, poi la chiamata della Samb. Quale è stata la molla che ti ha portato a vestire la maglia rossoblu?
In quei tre mesi avevo ricevuto solo chiacchiere. L’unica società che mi voleva veramente era la Samb. Avevo parlato con la società, con il tecnico, con il presidente che mi ha proposto un contratto vero.
Nella Samb ci sono molti giovani e come tanti vorrebbero un giorno poter giocare nel calcio che conta. Tu che sei stato sotto i riflettori della A e della B, che consiglio puoi dare a loro?
Auguro veramente a tutti di poter indossare per un giorno o per un mese la maglia della serie A. E’ una emozione particolare, se pensi che poi quelle azioni vengono riviste in televisione da tanta gente oltre a quella che è venuta allo stadio ad incitarti. Mi ricordo di quel gol fatto alla Fiorentina nel derby toscano. Aveva segnato Batistuta e Cecchi Gori era in piedi che gioiva, poi Tonetto pareggiò i conti. Al 95′ un mio gol di esterno destro con palla all’incrocio sotto la curva dei nostri tifosi, fu memorabile.
Tornando all’attualità, l’uscita dalla Coppa Italia è stato per la Samb un vantaggio o uno svantaggio in riferimento al campionato?
Per me, uno svantaggio. La Coppa teneva tutti sulla corda, era stimolante sopratutto per chi ha giocato meno in campionato. Comunque abbiamo fatto una grande prestazione, potevamo andare avanti.
Quale è dal tuo punto di vista, la differenza tra le prestazioni casalinghe e quelle in trasferta?
Nè caratteriali, nè tecniche. Solo tattiche. In casa hai l’obbligo di vincere contro ogni squadra. Fuori non hai l’assillo di velocizzare l’azione, puoi leggere bene i movimenti. Io ho disputato solo sei gare, questa è una squadra che sta nascendo.
Domenica c’è il Benevento, imbattuto in trasferta, e la Samb che deve far dimenticare la gara con il Sora…
Sono fiducioso. Ho rispetto per il Benevento, è una buona squadra. Non vedo l’ora di giocare.
Che idea ti sei fatto della tifoseria rossoblu?
A prescindere dal risultato, a termine di ogni gara andiamo sotto la curva per un gesto di gratificazione verso coloro che soffrono per te. E’ un pubblico razionale che ci può far crescere. Basti pensare alla partita di Foggia, quando si vinceva 2-0 e alla fine abbiamo pareggiato 2-2. Ci hanno applaudito perchè avevano capito che avevamo fatto il massimo. L’incitamento dei tifosi ti toglie 5-6 anni di età, può farti solo bene e quando li senti non puoi non avere la pelle d’oca.
Infine, Martusciello ha un desiderio da realizzare?
Tornare in serie B con la maglia della Samb. A questa città manca solo la categoria.

Ilenia Virgili

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