ARCADIO SPINOZZI: NON ESISTE IN ITALIA UNA CITTA’ CHE
AMI LA PROPRIA SQUADRA COME I SAMBENEDETTESI!

Ha rischiato di non giocare piu’ a calcio per una misteriosa malattia di cui nessuno riusciva ad identificarne la causa; ha visto la morte in faccia quando il treno su cui viaggiava insieme ai compagni di squadra del Verona è deragliato nei pressi di Bologna a causa di una frana. Ha scritto un libro dal titolo emblematico “Le facce del pallone? in cui racconta le esperienze di un allenatore in Africa: questo è Arcadio Spinozzi, forse il piu’ grande difensore uscito dal settore giovanile della Sambenedettese che nel 1975 pareva avere chiuso col mondo del calcio e che invece due anni dopo calcava i terreni di S. Siro e l’ Olimpico in serie A. Questa non è un’ intervista ma lo storia di un grande giocatore ma soprattutto di un grande uomo. Nella prima parte Arcadio racconterà i suoi esordi nella Sambenedettese, nella seconda che pubblicheremo la settimana prossima rivivremo gli anni della serie A e quelli di Allenatore.
D: Arcadio, come hai iniziato a giocare a calcio?
R: Ho iniziato molto tardi a 14 anni dopo che vicino a casa mia a Tortoreto avevano costruito un campo al posto di una vecchia discarica per cui mi iscrissi a una società che partecipava ai campionati giovanili. Sono nato a Mosciano S.Angelo, il paese di mia madre ma i miei primi sei anni li ho trascorsi a Cittaducale in provincia di Rieti, dove mio padre si era trasferito per motivi di lavoro, dopodiché ci stabilimmo definitivamente aTortoreto.
D. Come arrivasti a giocare nella Samb?
R: La mia avventura cominciò a 15 anni quando fui acquistato insieme ad un mio compagno di squadra, Scardecchia che ricopriva il ruolo di portiere, dalla Samb. In realtà dopo avere effettuato un provino i dirigenti rossoblu mi avevano scartato e non volevano saperne di tesserarmi. Alla fine la Samb, dietro l’ insistenza dei dirigenti abruzzesi fu? costretta? a prendermi altrimenti avrebbe dovuto rinunciare a Scardecchia. Per 100.000 lire fummo acquistati insieme: Scardecchia poi scomparve, io invece sono arrivato in serie A…..
D.: Come fu il primo impatto col nuovo ambiente ?
R: Fu semplicemente tremendo: io andavo a scuola tutte le mattine col treno a Giulianova, poi il pomeriggio dovevo riprendere il treno per allenarmi a S.Benedetto. Alla domenica addirittura dovevo svegliarmi alle cinque, percorrere due chilometri in bicicletta per arrivare alla stazione, scendere a S.Benedetto, poi andare a piedi fino al Campo Europa ed aspettare un paio d’ ora i miei compagni che arrivavano freschi, freschi alle nove. Era un calvario, specialmente d’ inverno.
D: Ti ricordi la tua prima partita in prima squadra ?
R: Rimarrà un ricordo indimenticabile: a quei tempi i giovani non erano aggregati alla prima squadra, noi ci allenavamo sulla spiaggia per conto nostro. Nell’ ultima partita del campionato 1971-72 mister Persico mi schierò contro il Pisa. Vincemmo per 2-0 e io devo ringraziare Paolo Beni che mi aiutò molto. Il solo fatto di sapere che dietro di me c’ era lui mi diede la tranquillità necessaria. Se non ci fosse stato lui non saprei come sarebbe andata a finire.
D: L’ anno seguente fosti confermato.
R: Si e disputai anche uno spezzone di partita insieme ad un altro giovane del vivaio, Politi. Ma a novembre Persico fu esonerato e sostituito da Bergamasco il quale volle giocatori di esperienza e non vedeva di buon occhio i giovani per cui fui venduto all’ Angolana. Città S.Angelo è una città molto strana dove convivono persone dal ceto sociale profondamente diverso come professori, commercianti e zingari nello stesso quartiere: questo è il ricordo che piu’ mi è rimasto impresso di quell’ esperienza.
D: A questo punto cominciarono i guai fisici….
R: Non mi sentivo bene, avevo sempre una febbricola per cui fui ricoverato a “Villa Anna? dove lavorava l’ allora medico sociale della Samb Dott. Monaldi: fu l’ inizio di un lungo peregrinare in giro per l’ Italia alla ricerca di una diagnosi. In quell’ anno dovetti anche partire per il militare: fui mandato a Palermo dove fui ricoverato all’ Ospedale Militare, poi a Bologna, poi fui mandato in convalescenza a casa e ricoverato tre mesi a Giulianova: nessuno riusciva a scoprire la causa di quel male oscuro: l’ unica cosa che i medici sapevano fare era quello di somministrare antibiotici su antibiotici in dosi massicce. Ed io ero ancora piu’ debilitato. Cominciai a frequentare anche Ospedali Psichiatrici: nessuno sapeva ascolatarmi fin quando non finii al “manicomio?di Fermo dove un Professore mi disse testualmente:? Tu non hai niente…Tu non hai niente. Getta via il termometro….? e mi mandò un mese in montagna.
D: La Samb si dimenticò di te..
R: Nessuno si fece vivo fino quando casualmente un giorno i miei amici mi portarono a S.Benedetto a fare una passeggiata. Ero seduto su una balaustra quando un uomo mi si avvicinò e mi fissò come se mi riconoscesse; era il mio ex-allenatore Rivo Spinozzi che mi invitò a ritornare a rivedere i miei ex-compagni. L’ anno seguente fui convocato in ritiro ad Amandola con la prima squadra: io ero felice ma non stavo ancora bene, vomitavo di nascosto, non reggevo agli sforzi, i miei compagni lo vedevano ma mi aiutavano non dicendo niente né all’ allenatore né tantomeno al medico sociale. Non finirò mai di ringraziare Simonato, Basilico, Catto, Chimenti e tutti gli altri.
D: E poi finalmente l’ esordio in serie B !
R: Bergamasco fu costretto a schierarmi a Novara poiché quel giorno mancavano quasi tutti i difensori titolari fra infortuni e squalifiche. Bergamasco non voleva i giovani. In settimana sentii urlare nel suo stanzino al Ballarin “Maledizione, devo fare giocare per forza a Novara quel mona?. Immaginatevi come mi sentivo. Inoltre la Samb era in crisi poiché dopo 13-14 partite, in trasferta non aveva conquistato neanche un punto e i tifosi cominciavano a rumoreggiare. Nella mia carriera io non ricordo una squadra come la Sambenedettse di quel giorno che non superò mai una volta, dico mai, il centrocampo! Fu una assedio continuo: pali, traverse, 18 uomini nella nostra area di rigore.Tanto è vero che alla fine anche i tifosi di una città cosi’ tranquilla persero la pazienza e ci tirarono di tutto contro il pullman: ricordo un sasso che ruppe due finestrini laterali e che sfiorò alla testa sia me che Battisodo e che ci avrebbe potuto anche uccidere. Pare che in quell’ occasione fu tirato anche un colpo di pistola. Disputammo comunque un grande campionato, ad un certo punto arrivammo a due punti dalla terza, io ero diventato ormai titolare avendo tolto il posto a Della Bilancina ma non stavo bene: la notte non dormivo e non riuscivo a recuperare.
D: L’ anno seguente fosti riconfermato..
R: Si, iniziammo con Fantini, poi subentrarono Traini eTribuiani. Ormai a S.Benedetto mi ero ambientato. Abitavo prima in via Risorgimento insieme a Gonnelli , il portiere di riserva, poi mi trasferii in un appartamento in via Crispi. I compagni erano eccezionali, ci si aiutava tutti.
D: Qual è il ricordo piu’ bello che ti sei portato via da S. Benedetto ?
R. Il pubblico ! Straordinario ho girato tutta l’Italia, ho giocato tanti anni in serie A in squadre blasonate come Lazio, Verona e Bologna, ho calcato i campi prestigiosi di S.Siro, il Comunale di Torino, l’Olimpico ma il ricordo piu’ emozionante era il vedere tutta quella gente che la domenica pomeriggio riempiva i due vialoni che portavano alla curva Nord e quella Sud del Ballarin.(Viale Colombo e il lungomare di Grottammare). Era piu’ emozionante assistere a quella scena piuttosto che giocare di fronte a 80.000 spettatori a S.Siro!

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