Se fino a pochi decenni fa nelle Marche le donne preferivano partorire a casa, assistite in questo dall’ostetrica e, limitatamente ai casi gravi, dal medico, negli ultimi 30 anni si è assistito ad un considerevole aumento dei parti in ospedale, in linea (anche se in notevole ritardo) con i modelli europei occidentali ma anche con quelli nazionali. L’ostetricia è così andata assumendo le caratteristiche di disciplina completamente autonoma, con un notevole incrementto delle pratiche diagnostiche terapeutiche cliniche e soprattutto di quelle laboratoristico-strumentali. E’ questo solo uno degli aspetti salienti di una ricerca curata dall’Osservatorio Epidemiologico dell’Agenzia Regionale Sanitaria (Ars), i cui risultati sono stati presentati nel corso di un incontro promosso, presso l’Aula Raffaello, dall’Assessorato regionale alla Sanità e dalla stessa Ars. Un’indagine effettuata su un campione di 800 donne (200 per ogni provincia) che avevano partorito da un anno alla data dell’intervista e dalla quale risulta, tra l’altro, che il tasso di natalità nelle Marche è stato, nel 2000, dell’8,5 per mille, collocandosi tra i più bassi del Paese. Inoltre, il numero medio di figli per donna espresso come tasso di fecondità totale, è passato nella nostra regione da 2,03 nel 1960 a 1,22 nel 1999. Un aspetto positivo riguarda invece la rilevante riduzione della mortalità materna (nelle Marche come nel resto d’Italia), di quella del neonato e della mortalità infantile. Nella nostra regione, la natimortalità (numero di nati morti per mille nati vivi) è passata dal 2,7 per mille del 1995 all’1,79 per mille del 1999. Considerevole anche il dato relativo al tasso di mortalità infantile, passato dall’ 11,6 per mille del 1980 al 4,2 per mille del 1998. Ma lo studio, oltre che ad approfondire i vari aspetti legati al “percorso nascita” nella Regione Marche, è servito anche a tracciare le linee guida del Progetto Obiettivo Materno Infantile, il cui fine è quello di programmare un’offerta di servizi integrati per rispondere alle diverse esigenze assistenziali. Inoltre, dare cure giuste nel posto giusto, migliorando la qualità delle prestazioni. Sottolineato, in particolare, il ruolo determinante rappresentato dal consultorio familiare, struttura da riqualificare anche attraverso una ridefinizione delle risorse. “Un progetto – ha detto nel suo intervento l’assessore regionale alla sanità Augusto Melappioni – che deve tenere

conto della centralità dell’individuo, evitando i bisogni indotti e invece puntando l’occhio sulle reali esigenze, sapendo leggere in primis il bisogno di salute del cittadino. In questo senso, l’indagine – ha aggiunto Melappioni – è servita anche a capire quanto sia essenziale l’ascolto, il confronto, per poi giungere alla sintesi di ciò che l’utente chiede”. Altro concetto basilare nella stesura del Progetto Obiettivo, la cosiddetta “adeguatezza”: come usare, cioè, in maniera adeguata le strutture di cui si dispone. Non di secondaria importanza poi, in questo percorso, la continuità assistenziale e la necessità di umanizzare il parto. “La partoriente – è stato detto – va seguita fino all’evento della nascita da un unica equipe che mantenga, come figura centrale, quella dell’ostetrica”.

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