San Benedetto, 22 ottobre 2003
Cordialità: questa è la prima impressione che si ha parlando con Sauro Trillini, allenatore della Samb. Il tecnico, dopo anni di gavetta nei campionati dilettanti, ha la grande occasione della sua vita professionistica: guidare la squadra di una piazza come San Benedetto, in Serie C1, per la famiglia Gaucci, talent-scout in fatto di giovani tecnici da lanciare nel grande calcio (Cosmi e Colantuono insegnano). A proposito: chi sapeva che Sauro Trillini, anni fa, batté con il suo Sansepolcro proprio l’Arezzo di Cosmi, ma una penalizzazione di quattordici punti relegò il Sansepolcro al quarto posto? Chissà che, senza quell’handicap, la storia seguente non sarebbe potuta andare a parti invertite?

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Come si autodefinisce Sauro Trillini?
«Di difetti ne ho tanti, i pregi preferisco lasciarli giudicare agli altri. Mi ritengo una persona abbastanza testarda in alcune occasioni, però disponibile sempre al dialogo. Credo di essere una persona espansiva ma anche “tranquilla”, pur se, come tutti, ho anche io i miei momenti di luna storta.»

Lei è stato anche un discreto calciatore di Serie C. Ha qualche rammarico, o si ritiene soddisfatto della sua carriera?
«Ho cominciato con le giovanili dell’Ancona, dove sono rimasto dieci anni di cui tre in prima squadra: due anni nella vecchia quarta serie, un anno in C1. Di seguito ho giocato sempre in squadre marchigiane: quattro anni con la Maceratese, poi Jesina, Fermana e Osimana. Sono contento di quel che ho fatto da calciatore anche se ho avuto un paio di occasioni per giocare in categorie superiori. Quando avevo diciannove anni il Perugia di Castagner mi seguiva con attenzione, mentre dopo l’anno di C1 ad Ancona stavo per andare al Verona, ma all’ultimo non se ne fece nulla. Sono stato frenato anche da qualche infortunio di troppo. Comunque, la mia carriera si è conclusa a trentatré anni.»

Come è avvenuto il passaggio dal rettangolo verde alla panchina?
«L’anno successivo al mio ultimo campionato da calciatore ho allenato il Biagio Nazzaro di Chiaravalle, a partire dal 1991. Era una formazione di Eccellenza dove sono rimasto due anni, arrivando sempre al quarto posto in classifica ma ottenendo anche qualche soddisfazione: vincemmo la Coppa Italia regionale e arrivammo terzi in quella nazionale.»

Qual è stato il campionato in cui ha ottenuto le maggiori soddisfazioni? Quale, invece, è il ricordo più negativo?
«Le soddisfazioni e il rammarico maggiori si riferiscono entrambe al Campionato Nazionale Dilettanti 1995-96. In quell’anno io allenavo il Sansepolcro, avversario di quell’Arezzo di Serse Cosmi dove giocavano anche Taccucci e Bifini. Il Sansepolcro terminò il campionato a 74 punti, vincendolo di fatto. Tuttavia la mia squadra fu penalizzata di 14 punti per la posizione irregolare di un calciatore, Guidotti: fu un errore di segreteria che ci costò la promozione. Dagli annali risulta poi che il Sansepolcro arrivò quarto in classifica e che l’Arezzo di Cosmi vinse quel campionato, che pur disputò alla grande totalizzando 72 punti. Per quell’errore ho perso la Serie C, la possibilità di prendere il patentino: tutto è stato ritardato di dieci anni. Da lì è nata comunque l’amicizia e il rispetto reciproco tra me e Serse Cosmi: fu comunque un campionato avvincente anche perché San Sepolcro si trova in provincia di Arezzo…»

Ci può parlare della sua famiglia, sia quella di origine che l’attuale?
«Provengo da una famiglia umile ma che mi ha trasmesso valori forti. Mio padre era operaio mentre mia madre faceva la casalinga, arrangiandosi con alcuni lavori di sartoria. Resto orgoglioso di queste mie origini. Attualmente sono sposato con Daniela: ci siamo conosciuti che eravamo ragazzini e vivevamo nello stesso quartiere, è stata un’amicizia che con il tempo si è trasformata in qualcosa di più duraturo. Ho due figlie, Silvia di ventun’anni e Francesca di quindici. Sia mia moglie che Francesca mi seguono a seconda del tempo a disposizione, mentre Silvia quest’anno è diventata una tifosissima della Samb, non salta una partita ed è andata anche in trasferta con gli ultras, a Pesaro, seppur un po’ in incognito.»

Dall’amore all’amicizia: ma è così difficile trovare amici nel mondo del pallone?
«Purtroppo nel calcio è tutto fuggevole, ogni anno si cambia zona di lavoro e diventa difficile trovare dei punti fermi. Ciò non toglie che l’amicizia e la stima restano, anche se con l’handicap di rapporti più radi.»

Lei è di Ancona, capoluogo di regione. Ha notato delle differenze fra la sua città e San Benedetto?
«Io amo la mia città, ma riconosco la bellezza di una città di mare come San Benedetto, che tra l’altro conoscevo. A livello calcistico San Benedetto ha pochi eguali a livello di calore e passione per la squadra locale, un affetto sicuramente maggiore a quello che si sente ad Ancona. Io, il mio staff e i giocatori, viviamo tutti a San Benedetto e sentiamo in maniera palpabile l’amore dei tifosi verso la Samb, e questo dà grande soddisfazione.»

Come è stato informato del suo passaggio alla Samb?
«È avvenuto tutto all’ultimo momento, ovviamente con mia grande sorpresa. Negli ultimi due anni, lavorando in piazze umbre e marchigiane, avevo fatto bene, ma credo che anche la conoscenza con Serse Cosmi sia stata importante, credo che abbia indirizzato Gaucci verso il mio nome.»

Qual è l’obiettivo richiesto dalla società?
«Nel periodo della preparazione avevamo il compito di verificare le possibilità dei giovani, per farli crescere e maturare. Questo obiettivo resta valido anche oggi, pur se alcuni giovani non stanno giocando sempre, ma a volte può essere utile anche allenarsi con dei giocatori più esperti per imparare. Successivamente, anche in funzione del bel campionato disputato lo scorso anno e per le esigenze di una piazza come quella di San Benedetto, si sono aggregati anche dei calciatori più esperti: al momento ci manca ancora quel mese di preparazione che abbiamo saltato, non tanto a livello fisico quanto di amalgama. Penso ad esempio all’assimilazione dei diversi moduli di gioco e delle possibili varianti: noi siamo partiti con uno schema tattico, poi lo abbiamo dovuto cambiare in corsa.»

Qualcuno accusa Trillini di allestire squadre troppo spregiudicate: è una sua filosofia di gioco o dipende dal tipo di giocatori che ha a disposizione?
«In parte è in funzione delle caratteristiche dei miei calciatori, in parte dalla ricerca costante di fare risultato. Vanno valutati gli avversari, poi se nella rosa abbiamo dei calciatori offensivi il mio compito è di impiegarli con equilibrio, ed è questo lo sforzo che sto tentando di fare in questo periodo.»

Ha notato particolari differenze tra la Serie D e la C1?
«Non molte: il calcio è lo stesso, le situazioni di gioco sono identiche. Devo anzi dire che, avendo a disposizione dei calciatori professionisti, il compito di un allenatore è facilitato. Se pensiamo, ad esempio, che in Serie D è obbligatorio schierare quattro giovani, si può immaginare alle difficoltà che si hanno nell’allestimento di una formazione. Personalmente, poi, il momento delle scelte è quello più difficile, e io sono sempre il primo ad essere dispiaciuto quando devo lasciare fuori un giocatore.»

Questa settimana, però, qualcuno lo ha contestato…
«Non era nulla di eclatante, si trattava di un ragazzo che ha portato uno striscione “simpatico”. Io voglio che i miei giocatori siano tranquilli, e se pensiamo a quali erano le prospettive di inizio stagione credo che per ora possiamo parlare di stagione buona. Capiamo magari che, per la sconfitta di domenica scorsa, qualcuno possa essere amareggiato: ma si tratta soltanto di amore verso i colori rossoblù.»

Quanto è importante la partita di Viterbo?
«Non è una sfida decisiva. È sicuramente una tappa importante del campionato: affrontiamo una squadra in forma che è prima in classifica. Ma il nostro impegno sarà massimo come in ogni altra occasione, Sora compresa.»

Torniamo agli aspetti più personali: è religioso?
«Sì, certo, anche se non è facile coniugare le funzioni religiose con gli impegni calcistici domenicali.»

Se potesse esprimere un desiderio…
«Beh, credo che sarebbero desideri modesti ma importanti! La prima cosa che cerco è la salute per la mia famiglia, mentre, a livello professionale, vorrei far bene il mio lavoro per la Samb.»

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