L’apertura dell’esponente di AN ha sorpreso un po’ tutti (politici e non), se si tiene conto che l’attuale legge che regola i flussi migratori porta la sua firma (oltre a quella del ministro Umberto Bossi). È certamente un segno di grande civiltà il fatto che gli immigrati con posizione regolare nel nostro Paese (si parla di quasi un milione di persone) possano accedere al diritto-dovere di voto, anche se con talune limitazioni (non possono per esempio essere eletti sindaci). Esercitare il diritto di voto diminuirebbe certamente il senso di disagio degli extracomunitari nel sentirsi quasi un corpo estraneo alla società ospitante. Spesso sono proprio le persone immigrate, che risiedono regolarmente in Italia in piena legalità, ad arricchire con la loro presenza la nostra cultura e la nostra vita civile. Sul piano strettamente giuridico, se è vero che per il riconoscimento del diritto di voto per le elezioni politiche è necessario passare attraverso la modifica dell’art. 48 della Costituzione o quantomeno ridefinire il concetto di cittadinanza, per quanto concerne le elezioni amministrative tale problema non si pone. L’ingresso a pieno titolo degli immigrati, come elettori e come eletti, negli enti locali, nel governo delle città e del territorio, rappresenterebbe un forte incentivo al potenziamento in senso democratico delle nostre istituzioni. L’equazione fra il sentirsi parte di una data realtà storico-culturale e il partecipare dei diritti (e dei doveri) ad essa connessi deve essere considerata un retaggio del passato. Occorre rivedere, insomma, il concetto di cittadinanza inteso come appartenenza ad uno Stato in forza dell’arcaico ‘ius sanguinis’. E’ possibile tutto ciò? Osservando la realtà attuale parrebbe di no. Al di là delle questioni di diritto, emergono ancora delle ‘ombre’ nella percezione quotidiana che gli italiani hanno degli immigrati. La paura dello ‘straniero’ come causa dell’aumento della criminalità e, più in generale, come ‘elemento destabilizzatore’ della sicurezza sociale, è un sentimento molto diffuso (e nemmeno troppo nascosto) nel nostro Paese. Spetterebbe alla politica impegnarsi per correggere queste convinzioni, evitando d’inseguire gli atteggiamenti irrazionali degli italiani. “Devono venire solo per lavoro e rimanere il meno possibile?: questo è il pensiero di un noto Ministro della Repubblica (quello con la camicia verde, per intendersi) sugli immigrati. Ecco, finchè non verranno superati gli steccati della diffidenza verso gli ‘altri’, certe proposte rivoluzionarie resteranno solo meri strumenti di propaganda elettorale.
Daniele Mauro

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