È bastata una forte perturbazione, di circa un’ora, per “spezzare” il centro urbano di San Benedetto in tante enclave, vasi comunicanti solo per le masse d’acqua che la terra (pardon, l’asfalto) si rifiutava di assorbire. I sottopassaggi ferroviari sono andati presto in crisi, ovunque i tombini hanno rigettato quanto scorreva verso di loro. Il lungomare è rimasto così, pericolosamente, isolato dal resto della città, che si è trovata assediata, fino a sera, da un traffico pazzesco. Il torrente Albula ha minacciato gravi danni, fango e detriti hanno coperto buona parte delle vie cittadine.

Domani si intervisteranno politici rassicuranti, esperti incerti, cittadini incavolati. Ma dopodomani? Facile prevedere l’oblio collettivo, il tentativo di non pensare a quello che potrebbe accadere solo perché conviene così. San Benedetto è in ginocchio per una pioggia di cinque minuti, è “spezzata” con una pioggia di un’ora, ma cosa accadrà se le piogge violente dovessero durare più a lungo? Chi si preoccupa di evitare che le superfici impermeabili (asfalto e cemento) non superino livelli di rischio? Chi vigila affinché sia data l’opportuna importanza a tratti di campagna o di terreno incolto? O il solo parametro di giudizio rimane la rendita edilizia, unico settore economico cittadino a prova di crisi?

Tiriamo a campare, incrociando le dita.

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