E per non farlo sentire solo, ha portato la sua intera famiglia. La madre, il marito, il figlio, una zia suora e diversi altri parenti. Anche noi eravamo stati sollecitati a non mancare all’appuntamento.
All’ora stabilita e dopo i saluti d’obbligo la professoressa ci ha introdotti nei locali della Mostra ripercorrendo per noi l’ideale percorso della stessa.
I calchi dei graffiti preistorici, unici al mondo per la perfetta riproduzione, rilevati dai fratelli Castiglioni (proprietari della Gilera) dalla zona rocciosa della Libia, ai confini con l’Algeria, dove i grandi animali africani sono rappresentati in uno straordinario stile naturalistico, sono la testimonianza di epoche lontane e di profondi cambiamenti climatici, ma sono anche la chiara evidenza dell’esistenza, un tempo, di popolosi insediamenti umani, di cacciatori e di allevatori, di una vegetazione lussureggiante ora scomparsi.
Non si ha il tempo per riprendersi che si passa alla sezione della lavorazione della pietra nella preistoria. Qui é un susseguirsi di vetrinette con reperti litici rinvenuti nel Piceno, tra Monteprandone, Montalto, Ripabianca di Monterado, Maddalena di Muccia, Villa Panezia di Ascoli Piceno. La signora Capriotti illustra alcune tecniche di scheggiatura e di ritocco degli oggetti. Per passare poi alla lavorazione dei metalli con le varie tecniche di fusione. Osserviamo la ricostruzione di forni per la fusione dei metalli, alcuni crogioli provenienti da musei marchigiani (Ancona, Cingoli), ci interessiamo alla ricostruzione del ‘pugnale’ di Ripatransone e dell’ascia di Acquaviva.
Grande impressione per la ricostruzione del laboratorio di un orafo, della sala degli archivi di Ebla, del busto di Afrodite, logo della Mostra. A tal proposito, ecco cosa dice Giuseppe Colucci. ” Un’altra statua di Venere, che dicono vaghissima scavata pare tra le rovine del tempio, essendo Vescovo Monsignor Battistelli, siccome il terreno dove si trovò apparteneva al Seminario vescovile volle egli che per l’oscentà si disfacesse. A tal causa ne fece dono ai PP. dell’Oratorio. Questi fattala ridurre in polvere se ne servirono a formarci dello stucco per adornarci la loro chiesa”. Se il resto era della stessa fattura, l’umanità ha perso una delle sue cose più belle. L’opera, quella che resta, appartiene al Museo civico di Ripatransone ed é la più bella cosa vista da queste parti.
Un’ora in cui abbiamo dimenticato il caldo, le preoccupazioni, la crisi del calcio . . .

E.Tì.

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