L’autore belga rappresenta la lotta tra il bene e il male in un’atmosfera di misticismo e orrore tragico, con linguaggio pieno di reminiscenze medievali. Attraverso grottesche fantasmagorie rivela un universo profondamente religioso, in cui il sacro è rivalutato dall’eccesso stesso della provocazione.
Tra le sorgenti di ispirazione di Ghelderode una, quella che prevale, è la storia dello spirito fiammingo, uno spirito un po’ spagnolo mescolato a favole celtiche, magia, misticismo, buffoneria, suggestioni brumose, parametri sacri, santa inquisizione, amori, veleni e carnefici. Vi si incontrano istrioni sapienti, monaci subdoli, simboliche e rablesiane arsure, vino, avarizia, tradimenti, sottili peccati teologici: elementi vecchi quanto il mondo, che rappresentano la vita e la sua farsa. Vi si scopre una distinta accusa a una società corrotta e governata da re che sono tristi buffoni, occupati a generare orrende creature e poi a ucciderle.
Ghelderode pensava che per intendere questo mondo, e per rappresentarlo, occorre conoscere il segreto dell’arte cioè la crudeltà (la parola è reminiscenza scolastica) che è la sincerità. Folial, il mastro buffone fa scuola a mostruosi pazzi e insegna a soffrire con la risata, la danza, la maschera, cioè a possedere la sapienza del dolore.
Un appuntamento da non perdere che vede la compagnia di Vincenzo di Bonaventura impegnata in un pezzo del “Teatro dell’assurdo� della Francia di fine secolo scorso.

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