San Benedetto del Tronto, 15 maggio 2003

Massimiliano Fanesi, nato a San Benedetto il 17 febbraio 1972, è alla sua seconda stagione con la maglia della Samb: da giovanissimo esordì fra i professionisti (1989-90) segnando cinque reti in diciassette presenze; quest’anno, invece, ha fatto sette gol. Potrebbe essere un giocatore “simbolico” per la Samb: perché giocò in una Samb reduce dalla retrocessione dalla B e che sarebbe presto sprofondata in C2, mentre quest’anno ha la possibilità di chiudere il cerchio, riportando la Samb laddove, neopromossa dalla C2, si trovava quattordici anni fa.

Se non sbaglio i primi passi da calciatore li hai fatti con la Folgore di Ursini, prima di giocare con il Porto di Silvestri…A quei tempi hai mai pensato che un giorno avresti indossato la maglia della Samb?

«No, perché ero tifoso e pensavo soltanto di seguirla domenicalmente, non avevo mai pensato di diventare calciatore. Con la Folgore di Ursini ho giocato poco, solo nel periodo estivo perché in inverno ero occupato dagli studi. Ho iniziato a giocare al calcio seriamente solo a partire dai 14 anni, con il Porto, un’età forse un po’ tarda rispetto alla media. Nei primi tempi ero tutto fuorché un attaccante: il mio ruolo era di mediano, giocavo davanti alla difesa e raramente superavo la linea di centrocampo! Poi, con il Porto, sono diventato attaccante».

C’è qualcosa che ti manca della San Benedetto della tua infanzia?

«Nulla in particolare, se non il fatto che ero un bambino e vivevo alla giornata, senza le responsabilità che si hanno da adulti. Per il resto, San Benedetto è una città che secondo me è migliorata molto negli ultimi anni».

Hai esordito nella Samb che non avevi neanche diciotto anni. Prima, hai detto, eri un tifoso: ricordi qualche episodio particolare?

«Sicuramente la prima trasferta ad Arezzo, quando ci andammo in mille e cinquecento. Un altro ricordo indimenticabile è il derby contro l’Ascoli del 1986: siccome manca da allora, spero di poterlo rifare al più presto. Io andavo sempre in curva per vedere le partite della Samb: è ovvio che, indossando la maglia della Samb, squadra di cui sono tifoso, sono portato a dare tutto me stesso ancor di più rispetto ad altre esperienze professionali, perché so le sensazioni che vivono i tifosi della mia città e il rapporto che hanno con la squadra».

So che sei tornato ad essere tifoso della Samb, forse anche un po’ ultrà, nella finale di Parma…

«Quel giorno partii da casa tranquillo, non proprio da ultrà ma da tifoso-osservatore, e così mi sono comportato per gran parte del tempo, poi, negli ultimi venti minuti, la trepidazione per la vicinanza del traguardo e la tensione mi hanno veramente trasformato di nuovo in un ultrà!»

Mi puoi parlare della tua famiglia?

«Mio padre, Leo, è un sambenedettese doc, che da bambino giocava nelle giovanili della Samb e da adulto è diventato un gran tifoso. È stato lui ad inculcarmi la passione per la Samb: quando avevo sei o sette anni mi portava con sé in tribuna, al Ballarin, dove, qualche anno dopo, ho cominciato ad andare da solo, o meglio assieme a mio fratello, in curva. Mia madre invece, Lia, è originaria di Vasto, ed è una mia tifosa personale. Ho un buon rapporto con tutti e due. Mia moglie, Monia, è di Castel di Lama e mi è di grandissimo aiuto nel superare gli ostacoli, ho con lei un rapporto improntato sulla massima sincerità. Ci siamo conosciuti quando giocavo a Giulianova, nel periodo in cui io mi infortunai e stetti tre mesi fermo: insomma, in quel periodo ero più un ragazzo qualunque che un calciatore! Il nostro rapporto cresce di giorno in giorno. L’ultima arrivata è la nostra bambina, Federica, che ha venti mesi: ha la grande capacità di ricaricarmi, le basta un sorriso per cambiare la mia giornata!»

Inizialmente, quando hai cominciato la tua carriera professionistica, eri il classico centravanti. Adesso ti vediamo invece come un attaccante di manovra. Come è avvenuto questo cambiamento?

«È stato del tutto naturale, non indotto da nessun allenatore o schema di gioco. Non riesco a stare troppo tempo senza toccare il pallone, mi piace partecipare alla costruzione del gioco; non sono un attaccante egoista, e questo non so se sia un bene o un male, e questa caratteristica si è sempre più evidenziata. Il mio primo anno di professionismo, qui a San Benedetto, stavo in area ad aspettare che arrivavano palloni, adesso li cerco: l’importante, qui in modo particolare, è che la squadra vinca».

Dopo che la Samb ti lanciò venivi considerato uno dei giovani più promettenti. Poi, per importi agli attuali livelli, hai impiegato alcuni anni. Cosa è successo?

«Ci sono delle cose che non dipendono da noi. Diciamo che il 50% di ciò che è accaduto è dipeso da me, mentre per il resto concorrono fattori che si chiamano fortuna, consigli. Per la parte che mi compete, posso dire che ho cominciato ad intendere il calcio come un vero e proprio lavoro non prima dei venticinque/ventisei anni, in pratica da quando, sono dovuto scendere di categoria fino a giocare in C2. A quel punto, con la testa, ho cominciato a capire i miei esatti compiti e doveri. Devo dire che, probabilmente, molto è dipeso dal fatto che ho cominciato a giocare molto tardi, a quattordici anni, e a diciotto già ho segnato i miei primi gol in C1. Probabilmente se avessi trovato qualcuno che mi avesse aiutato, a quei tempi, qualcosa sarebbe cambiato, ma non è facile. Comunque, non mi lamento della mia carriera di calciatore».

Ci sono stati dei momenti particolarmente negativi, di scoramento, nella tua carriera?

«Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non sono da ricercare nei periodi in cui sono stato infortunato, quanto piuttosto quando ho dovuto accettare la C2, in una squadra, il Tolentino, dove tra l’altro non volevo andare. Lì però ho trovato l’ambiente e le motivazioni giuste, e anche la mentalità corretta per affrontare seriamente il calcio sia come sport che come lavoro».

Ci sono calciatori con i quali hai stretto un rapporto di amicizia che dura ancora oggi?

«Nel mondo calcistico trovare degli amici non è certo facile, ci sono molti ostacoli alla creazione di un rapporto che sia anche extra-calcistico: se poi a distanza di tre o quattro anni si resta ancora in contatto, vuol dire che è nata una grande amicizia. Con Bellucci, che ho conosciuto a Treviso, mi sento ancora molto spesso. Altri calciatori con i quali sono legato da stretta amicizia sono Pandolfi e Bocchini».

Fra le partite che hai giocato nella tua carriera, quale reputi la più importante?

«Io spero sempre di dover ancora giocare la partita più importante, e sicuramente quella che ci aspetta fra una settimana è una delle partite più importanti».

Veniamo, appunto, all’attualità. Samb-Pescara può essere letta come un Juve-Real in miniatura, tenendo presente la forza tecnica del Pescara e la quadratura tattica della Samb?

«Probabilmente sotto il profilo dello spettacolo è un paragone riproponibile, anche perché le due gare di campionato sono state avvincenti e spettacolari, e spero che anche la semifinale sia così, ma, lo dico con tutto il cuore, vorrei un risultato finale diverso».

Lo scorso anno giocavi a Pescara, e siete stati eliminati in semifinale dal Catania, società di proprietà di Gaucci. Da quella partita nacquero pesanti polemiche: ci puoi spiegare cosa è accaduto?

«È successo qualcosa di strano: su un fuorigioco visto da tutto lo stadio e segnalato dal guardalinee, l’arbitro (Bergonzi, arbitro di Teramo-Samb 3-1 in C2, con espulsioni immotivate di Colantuono e Beruatto, ndr), ha lasciato correre. Alla richiesta di spiegazioni, ci disse che fu un retropassaggio di un nostro difensore…Tra l’altro, Bergonzi adesso allena in Serie B».

Cosa ne pensi circa le dichiarazioni di Iaconi, un allenatore che tu conosci molto bene, a proposito del “clima intimidatorio” che ha trovato a Catania e che non vorrebbe rivivere a San Benedetto?

«Fanno parte della solita atmosfera pre-partita: il loro obiettivo è di tutelarsi, però ci sono modi e modi di farlo. Anche se in campionato, negli scontri diretti, noi abbiamo preso soltanto un punto su sei, bisogna ribadire fermamente che noi siamo la Samb e non il Catania: quello che è successo l’anno scorso non ci riguarda, e tutto ciò che abbiamo conquistato in questa stagione è frutto delle nostre forze, anzi in molti campi il fatto di essere di proprietà di Gaucci ha aizzato le tifoserie avversarie contro di noi, se si pensa alle partite di Pescara, Avellino, Taranto, Viterbo».

Samb-Pescara è anche un Derby con la maiuscola, il Derby dell’Adriatico, molto sentito fra le due tifoserie. Tu che le hai conosciute entrambe, puoi esprimere un giudizio?

«Sono due tifoserie molto calde, rispettate negli ambienti degli ultras, ma devo dire che, mentre Pescara ha 130.000 abitanti, San Benedetto ne ha 50.000, e non fa provincia, con tutti i benefici conseguenti. San Benedetto è per me una ‘provincia nella provincia’ per quanto riguarda il calcio. La grande presenza di tifosi allo stadio la dice lunga sulla capacità della Samb di catalizzare tanti tifosi di San Benedetto e dell’hinterland marchigiano e abruzzese. Se San Benedetto avesse la popolazione di Pescara, probabilmente il nostro stadio non basterebbe a contenere tutti i tifosi. Mi auguro comunque che sia una contesa corretta tra le due tifoserie: sì agli sfottò, alle coreografie, anche agli striscioni purché non incivili. Però, data la presenza di tanta polizia, le tifoserie non verranno mai a contatto, e dunque non vedo perché distruggere stazioni, automobili, o coinvolgere persone che non hanno fatto niente di male».

Pillole di Max Fanesi

Squadra del cuore: Samb.

Pregi e difetti: l’istintività, che a volte è un pregio, altre un difetto.

Non sopporto: la mancanza di rispetto per le persone.

Io e la religione: credo in Dio, anche se sono un praticante “saltuario”.

Il calciatore preferito: Vialli, ma non solo come giocatore ma anche come uomo, perché non ha mai ostentato la propria ricchezza.

Il compagno di stanza: Manni.

Piatto preferito: qualsiasi tipo di pasta.

Hobby: il tempo libero lo trascorro con la mia famiglia.

L’acquisto più folle: mai fatto, perché se supero la mia istintività iniziale sono poi molto razionale.

Sogno: un mondo dove non ci siano più malattie incurabili, e dove ci sia rispetto per la dignità della persona.

ppf

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