Scritta in dialetto agrigentino – considerato il più puro e foneticamente più ricco e particolare tra i dialetti della Sicilia, ma anche quello che per questi caratteri risulta più vicino all’italiano – e successivamente italianizzata dallo stesso autore, l’opera appartiene alla prima fase del teatro pirandelliano legata al verismo regionale. In “Liolà”, infatti, si trovano comportamenti, contraddizioni e passioni della Sicilia dei primi del secolo scorso. Di questa stessa fase creativa del commediografo siciliano fanno parte anche “Lumie di Sicilia” (1910), “Pensaci, Giacomino!” (1916) e “Il berretto a sonagli” (1917).

Liolà è un simpatico vagabondo, esuberante e canterino seduttore campagnolo, i cui incontri occasionali con donne – maritate o meno – sono benedetti in misura insperatamente copiosa. Della foga amatoria di Liolà è stata vittima anche la giovane contadina Tuzza che, per punire il dongiovanni dal quale aspetta ora un figlio, induce il vecchio zio Simone Palumbo – crucciato di non avere prole dalla giovane Mita e pentito di averla preferita a lei per moglie – a far passare per suo questo prossimo. Il vecchio accetta tra gli sberleffi del paese. Ma quando la verità viene a galla sarà proprio zio Simone ad obbligare Liolà a prendersi in moglie Tuzza. La giovane però tenta di accoltellare Liolà che, ferito al petto guardando gli altri bambini avuti da altrettante donne, le si rivolge con i versi: “Non piangere/non ti rammaricare!/quando ti nascerà, dammelo pure./Tre o quattro/Gl’insegno a cantare”.

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