Un paio di anni fa, mi capitò di ascoltare al telefono la voce di una cugina di mio padre, che emigrò negli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Mamma mia!», pensai, «telefono a San Diego e sento parlare il sambenedettese in modo così stretto!». Sotto (o al di sopra?) dell’inglese e dell’italiano, che forse non aveva mai imparato appieno, restava intatta e pura la lingua che aveva ascoltato da bambina: era andata via prima dell’alfabetizzazione di massa e dell’avvento della televisione e le parole portavano indietro di cinquant’anni:
Cito quell’occasione per dire due ovvietà. La prima: il dialetto cambia, e neppure le coetanee sambenedettesi di quella lontana parente americana, probabilmente, riuscirebbero a ridonarci esattamente l’accento di cento anni fa. La seconda riguarda strettamente il dialetto sambenedettese: una lingua non facile da trascrivere e da leggere, non semplice persino da pronunciare, e che in famiglia è parlata e ascoltata soltanto in una frazione delle famiglie di San Benedetto.
Occorre dunque ideare un sistema per non far morire questo patrimonio culturale: senza imbalsamarlo per costruire un “museo della parola”. In passato illustri storici e studiosi di San Benedetto pensarono di avviare una scuola del dialetto sambenedettese: sarebbe l’optimum, ma possono essere trovati anche altri strumenti che, grazie alle nuove tecnologie e alla professionalità di diversi giovani, potrebbero fornire un archivio multimediale. Penso a documentari, ad internet (accessibile da tutti i sambenedettesi sparsi nel mondo!), a dizionari del dialetto, alle regole di scrittura e di lettura, solo per fare pochi accenni.
Non lasciamo morire il dialetto sambenedettese!

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