Un richiamo che sottolinea perfettamente la diversità caratteriale di Roberto Ferrari (Carpi, 3/10/1974, voce), Daniele Brandoli “Brando” (Carpi, 8/03/1976, tastiere e seconda voce), Davide Romitti “Coach” (Carpi, 25/02/1975, basso), Alessandro Albarelli “Alle” (Carpi, 28/04/1976, chitarra), Milo Mazzola (Carpi, 16/04/1975, batteria), cinque ragazzi che hanno uno stile di vita individuale che trae energia dalla loro indissolubile unione. Una nota decisamente vincente per una band con un percorso musicale in evoluzione, che trova la sua chiave di lettura in una base rock supportata da chitarra e basso in cui si muovono arrangiamenti di tastiere e synth che sfociano in atmosfere decadenti, soffuse, un richiamo al periodo dark degli anni Ottanta. Determinati, decadenti, demodè, con un look che fa l’occhiolino a Robert Smith dei mitici The Cure, i F.A.T.A. trovano un punto di incontro con il pubblico non solo grazie a sonorità incisive e avvolgenti, ma anche attraverso l’aspetto intimista dei cosiddetti “testi ad interpretazione”. Una caratteristica molto importante che contraddistingue il gruppo e porta l’ascoltatore a perdersi nella bellezza della loro musica e, nello stesso tempo, a ragionare sulle parole con il risultato che una canzone dei F.A.T.A. non si ferma solo al padiglione auricolare, ma stimola i neuroni cerebrali per depositarsi lievemente nel profondo dell’anima. Come è accaduto a noi ascoltando i brani di “Demodè”: in “Sullo specchio” Robby ripete spesso in tono suadente “ora riflettici ancora”, quindi un invito a specchiarsi all’infinito oppure riflettere se vale la pena di continuare a specchiarsi. Il ritornello di “Madre”, invece, potrebbe essere un’accorata invocazione alla propria madre o alla Madonna. In “Bambole di plastica”, la voce di Diego Pallavera dei Valéry Larbaud non parla di prostituzione ma del desiderio di alcuni di apparire perfetti come “bambole di plastica” mentre le persone che colpiscono maggiormente sono quelle più spontanee. Uno spaccato di quotidianità, quindi, che viaggia sulle splendide note dei F.A.T.A. e sulla loro indiscussa sensibilità artistica premiata da buoni riscontri di pubblico e critica, tra i quali una recensione su “Tutto” di Settembre 2002. Da sottolineare, inoltre, che il repertorio della band è composto soprattutto da pezzi originali ai quali si aggiungono cover rivisitate di artisti del calibro di Depêche Mode, Pink Floyd, Joy Division. Ah, dimenticavo! I F.A.T.A. sono anche simpatici e, leggendo l’intervista, vi sembrerà di conoscere da sempre Coach, Robby, Milo, Alle e Brando.

Iniziamo con una breve presentazione di voi stessi.
ALLE: Persona schiva, apparentemente il più tranquillo del gruppo ma in realtà è forse il più “cotto” di tutti. Lavora come tecnico in una gestione di distributori automatici. Le sue passioni sono molteplici. Alle è un vero viveur, sempre in cerca di nuove imprese. La sua curiosità verso il mondo lo spinge ad avventure degne di un supereroe. Imprevedibile!
BRANDO: Comico, pungente, dotato di grande autoironia: potrebbe tranquillamente diventare un cabarettista di successo. Con Brando non esistono serate “piatte” e quando Milo gli dà corda…è finita! Lavora come magazziniere ed è buddista praticante. La sua seconda passione sono i tatuaggi.
ROBBY: Se vi siete fatti un’idea vedendolo sul palco durante un concerto… beccatevi questa!
Robby ha un carattere atipico per un cantante rock: tranquillo, modesto, lontano da ogni vizio (non fuma ed è astemio). Convive, ha un figlio (Alex) di 5 anni e lavora come operaio in stamperia.
La sua seconda passione dopo la musica è la musica, sua unica “droga”. Come dire “le apparenze ingannano”.
MILO: Un fiume in piena di parole. Se vi piace ascoltare, Milo è quello che fa per voi ma fate attenzione perché a differenza di una qualsiasi radio non ha pulsante di spegnimento. Questo suo modo di parlare schietto, a briglia sciolta, lo porta spesso ad imbattersi in gaffe dalle quali cerca di uscire – il più delle volte senza riuscirci – sviando il discorso. Lavora in una ditta tessile di proprietà del padre.
COACH: L’uomo che gestisce lo “spogliatoio” dei FATA. Davide ha un carattere spontaneo, non facile da gestire in quanto impulsivo e privo di mezzi termini. Testardo, fermamente convinto delle proprie idee tanto da sembrare spaccone. Chi lo conosce bene, però, sa che il Coach in realtà è un ragazzo molto generoso e sensibile. Lavora nella stesso reparto di Alessandro ed ha come seconda passione il Milan.

Tre aggettivi per definire il gruppo.
Determinato, decadente, demodè.

Nati nel ’93 con il nome Next prima e Maddogs dopo, rinati nel 2000 con F.A.T.A. (ovvero Fuoco, Aria, Terra, Acqua) per proporre qualcosa di completamente diverso. Com’è avvenuto questo passaggio e, soprattutto, come vi ha cambiati?
ROBBY: Il passaggio è stato abbastanza naturale. La ricerca strumentale e la necessità di avere una forte identità sono state le cause maggiori di questa evoluzione, ma posso assicurare che non siamo cambiati come persone. L’entusiasmo e la voglia di fare sono gli stessi dei primi anni, con in più la consapevolezza nei nostri mezzi e una maturità maggiore.

Siete amici da dieci anni e, pur essendo caratterialmente diversi, vivete una perfetta simbiosi artistica che si avverte nell’ascolto dei brani. Come procedete nella realizzazione di un’idea?
ROBBY: Le idee nascono da melodie vocali che mi affretto a bloccare sul mio registratore portatile. Con l’aiuto di una piccola drum machine sviluppo la linea creando la base del brano. In prova elaboriamo le parti cercando di dare al pezzo la giusta atmosfera, poi Coach – ascoltando pazientemente le registrazioni fatte in sala – sviluppa gli arrangiamenti che infine vengono ridiscussi e rielaborati dalla band. Il tutto funziona quasi meccanicamente.

Quali messaggi vogliono trasmettere i testi delle vostre canzoni? A quali siete legati in particolar modo?
ROBBY: I testi riflettono i miei stati d’animo, sono visioni (“Confini”), sensazioni (“Solo tu”), paure (“Madre”). “Sullo specchio” illustra le influenze, spesso negative, che lo specchio ha su di noi: l’invito è quello di non farsi schiacciare dalla propria immagine. Anche in “Bambole di plastica” è presente questo concetto, infatti il mondo è visto come una gigantesca vetrina sterilizzata, piena di bambole tanto perfette, quanto inespressive: una sorta di alienazione nell’apparire e non dell’essere. Ogni testo è, comunque, un frammento introspettivo della mia personalità o della mia visione delle cose. Non esiste un tema conduttore o un filo logico preciso e non ho particolari preferenze in quello che scrivo.

In “Bambole di plastica” figura la voce di Diego Pallavera dei Valéry Larbaud. Com’è nata l’idea di questa bellissima collaborazione?
Abbiamo conosciuto i Valéry Larbaud a Sotterranea 2002, ci siamo rivisti altre volte nel corso di diverse manifestazioni e tra di noi si è instaurato un rapporto di amicizia e di reciproco rispetto artistico. L’idea è nata durante una cena, seduti in pizzeria davanti ad una birra.

Musicalità incisiva che ricorda il periodo dark-wave degli anni Ottanta per trovare un punto d’incontro con il pubblico attraverso la poesia e la teatralità. Look darkeggiante, ottima musica, testi simbolici, un sito Internet molto curato, una lusinghiera recensione su “Tutto” di Settembre 2002. Quali altri obiettivi vi piacerebbe raggiungere?
COACH: É chiaro che ogni gruppo ambisce ad arrivare alla produzione di un disco ma, al momento, quello a cui tengo di più è continuare a scrivere canzoni interessanti. Mi piace stare con i piedi per terra.

Come reputate il panorama musicale italiano?
COACH: Deprimente. Parlando di musica rock siamo ancora costretti a sorbirci personaggi artisticamente finiti da anni. In Italia chi ha idee non viene valorizzato e non è una questione di qualità, perché di artisti buoni ce ne sono tantissimi. Il problema è relativo ai signori discografici che devono scomodarsi dalle loro scrivanie e venire a vedere di persona il panorama musicale. Personalmente suono quasi da dieci anni e ancora non ho capito se esistono talent scout in Italia. Oltre a questo aspetto, vorrei sottolineare che la mentalità dell’ascoltatore medio italiano è parecchio ristretta, infatti quello che passa mille volte al giorno nelle radio più comuni è buono, il resto non esiste. Ed è per questo motivo che novanta gruppi su cento sono cover band.

Quali gruppi emergenti stimate in particolar modo?
Valéry Larbaud di Cremona in primis: adoriamo le loro atmosfere decadenti e siamo convinti che Diego sia uno dei cantanti più comunicativi della scena emergente. Lemeleagre di Rimini, un gruppo indies che ricorda per certi versi gli Smashing Pumpkins. Hanno un tiro da paura! Da tenere d’occhio anche le Dunia di Terni, gruppo giovanissimo composto da tre ragazze che fanno un punk in stile “ ’77 inglese ”. Hanno un ottimo sound ed ampi margini di miglioramento.

Quanto conta l’immagine per un gruppo?
É una componente importante. L’immagine e la presenza scenica in generale sono strettamente legate alla musica. Un concerto dal vivo è uno spettacolo che deve dare quel qualcosa in più rispetto a quello che si ascolta su Cd, bisogna catturare anche l’attenzione “visiva” dell’ascoltatore.Teniamo a precisare, però, che odiamo gli artisti creati a tavolino: l’immagine deve essere spontanea come la musica.

Sanremo: il solito minestrone o, tutto sommato, c’è ancora speranza?
COACH: Sanremo è un contesto diverso e molto distante da quello che propongono gruppi simili al nostro. É una manifestazione rivolta per lo più alle famiglie e non credo che i giovani ci si ritrovino tanto. Anche se ultimamente c’è stata qualche eccezione (vedi Silvestri, Elisa e Bluvertigo), credo ci sia ancora tanto da lavorare. Soprattutto per la sezione “Nuove Proposte”.

L’aneddoto più divertente e quello più “tragico” riguardante i F.A.T.A. nel corso di dieci anni di musica e amicizia.
COACH: Ce ne sarebbero almeno un centinaio, quindi raccontiamo i primi due che ci vengono in mente. Il primo riguarda una rassegna di gruppi organizzata a Carpi nel’95, occasione in cui ci siamo sorbiti due riunioni serali di due ore ciascuna per accordarsi su tutta la strumentazione da portare e gli orari della scaletta. Il pomeriggio della manifestazione nevicava che Dio la mandava, così ci abbiamo messo circa due ore per fare un tragitto di 3km per trasportare la batteria dalla sala prove. Arriva la sera: siamo già sul palco con gli strumenti a tracolla pronti a suonare, ma gli organizzatori ci dicono che erano fuori tempo sugli orari stabiliti con il Comune, quindi non potevamo esibirci! La nostra reazione? Basta dire che ho scaraventato il basso sulla batteria di Milo…
BRANDO: Il secondo aneddoto riguarda una festa post-concerto insieme ai Valéry Larbaud. Nell’aria c’era un tasso alcolico da far paura e quando siamo tornati in albergo Milo, ubriaco perso, ha cercato di fare una improbabile verticale sul pianerottolo adiacente alla nostra camera. Risultato: caduta rovinosa del batterista sulla porta d’ingresso della nostra camera, naturalmente chiusa, con conseguente ematoma e danni alla struttura alberghiera. Per la cronaca, Diego dei Valéry Larbaud è tornato in albergo solo la mattina successiva riaccompagnato da persone conosciute alla festa, forse impietosite dal suo stato. Per tutta sera ha gridato “It’s only Rock n’roll”. Grande!

Global o no global?
La politica è un tema che non vogliamo affrontare a livello di gruppo. Ognuno dei F.A.T.A. ha le sue idee, ma anche tra di noi ne parliamo pochissimo in quanto crediamo che musica e politica siano mondi opposti. La musica è poesia e spiritualità, la politica è cruda sostanza.

Musica fine a se stessa o musica con risvolto “terapeutico”? È un po’ come chiedervi se credete nell’artista “guru” oppure se la musica deve essere intesa solo per la bellezza delle note?
COACH: Apprezzo artisti come Sting e Bono Vox che sono molto impegnati nel sociale e che cercano di sensibilizzare la gente sui problemi del Terzo Mondo e dell’ambiente. L’importante del messaggio è che sia fatto con il cuore e non con fini pubblicitari o politici.

Quanto conta la capacità tecnica per un artista?
COACH: Per me la musica è emozione, comunicazione, uno splendido modo di esprimersi. Valutare l’operato di un artista solo per la sua capacità tecnica è molto limitante. Se analizziamo gli artisti che hanno fatto la storia del rock non ne troviamo nemmeno uno impeccabile sotto il profilo musicale o canoro. Mi riferisco ad artisti come Pink Floyd, Sex Pistols, Doors… e credo che questo sia un aspetto significativo. Il vero artista ti arriva dentro, non si ferma al padiglione auricolare.

Un parere generico su Sotterranea.
Una delle manifestazioni migliori alle quali abbiamo partecipato. A parte l’indiscutibile serietà del concorso, ci è piaciuta l’aria che si respirava nelle serate: nessuna rivalità o antipatia, solo voglia di suonare.

Quante possibilità offre Carpi ai giovani che vogliono intraprendere la carriera musicale?
BRANDO: A parte un circolo ARCI che fa suonare gruppi emergenti, assolutamente nulla.
Il movimento carpigiano risente di questa mancanza di spazi, tant’è che tutti i gruppi storici si sono sciolti o si sono messi a suonare cover da birreria.

Davide, il tuo motto è “credere in quello che si fa senza sognare guadagni…se poi son rose fioriranno”. I presupposti giusti ci sono. Fioriranno?
COACH: Non sta a me deciderlo, quella frase significa che bisogna sempre seguire la propria vocazione musicale. Credo che sia stupido cercare di correre dietro alle tendenze del momento per poter emergere perché il risultato suonerebbe finto , “plastificato”. I F.A.T.A. hanno determinate caratteristiche e snaturarle porterebbe solo disastri.
BRANDO: In poche parole : “Questi sono i F.A.T.A. prendere o lasciare”. Non credo diventeremo mai un gruppo da autogrill.

Su questo non ci sono dubbi, Brando. Progetti futuri?
Al momento siamo occupati con la promozione del nostro ultimo demoCd “Demodè”.
I progetti futuri li viviamo giorno per giorno.

Un desiderio da realizzare.
COACH: Veder scritto sulle nostre carte d’identità alla voce professione la parola MUSICISTA.

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