BREVI NOTE SUL LAVORO
Le drammatiche ondate coleriche che si abbatterono a San Benedetto del Tronto nel corso del XIX secolo hanno lasciato il triste ricordo di tante perdite e lutti e, nel contempo, hanno evidenziato la disperazione di un popolo che, seppur afflitto, non perdeva il coraggio, la speranza e soprattutto la fede.

Nell’autunno del 1854 l’epidemia colerica, importata a San Benedetto da un “facchino di marina” provocò la morte di ventuno persone, su un centinaio di individui colpiti.
Ma nell’estate del 1855 il colera, tornato prepotentemente in Paese attraverso un marinaio di ritorno da Ancona, uccise 394 persone su di una popolazione di circa 5000 anime. Dal centro marinaro, a poco a poco, si diffuse a Grottammare, Monteprandone, Acquaviva, Pagliare, Monsampolo e tanti altri centri del Piceno e dello Stato Pontificio. L’Amministrazione Comunale sambenedettese, disperata nel non riuscire a combattere il tremendo morbo, invocando l’intervento salvifico fece solenne Voto all’Immacolata Concezione. Ancora oggi il ricordo di quel Voto permane nella tradizione popolare cittadina.

Il colera fece, nuovamente e per l’ultima volta, la sua visita a San Benedetto nel 1886, mietendo duecento vittime circa.
Se dell’epidemia colerica del 1855 permane il ricordo del Voto all’Immacolata, per quella del 1886, oltre alla documentazione d’archivio, rimangono i preziosi resoconti di tante persone anziane che, intervistate, hanno raccontato di aver perso a causa del morbo un nonno, uno zio o semplicemente un congiunto.

I documenti consultati riguardo ad entrambe le ondate coleriche mettono in evidenza condizioni di degrado e di sofferenza individuale e collettiva veramente drammatiche. La popolazione sambenedettese, tuttavia, ha trovato ogni volta la forza di reagire e di risollevarsi anche grazie allo spirito di solidarietà manifestato dalle comunità limitrofe che, nonostante il pericolo di contagio, non si sono tirate indietro mettendo a disposizione denaro, cibo, vestiario, arredi e quanto altro necessario ad alleviare le pene del popolo marinaro sambenedettese.

Come non ricordare, dunque, i soccorsi prestati da Ripatransone, Ascoli Piceno, Macerata, Porto San Giorgio e da tante altre città solidali? E come non ricordare l’opera di tanti uomini e donne, religiosi o laici, che hanno sfidato la morte per assistere la popolazione sofferente fin dentro i tuguri più malsani? Esempio memorabile, per l’ondata dell’86, la magnifica opera svolta dal Prefetto dell’epoca e l’assistenza prestata dalle squadre di soccorso della “ Società Operaia”, della “Croce Rossa” e delle “Figlie della Carità”.

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