Fidanzatini che passeggiano lungo il Molo Sud, mano nella mano; padri e madri che si godono la brezza marina, con i pargoli che scorrazzano intorno, tra rumorose biciclette con le rotelle e palloncini gonfiati ad elio che s’involano nel cielo sereno; tavoli ingombri di drink, aperitivi, e, più in là, di antipasti e piatti che ripropongono, giornalmente, il brodetto alla sambenedettese; molte chiacchiere; musica di sottofondo; lenze gettate in mare dagli immancabili pescatori appostati sui massi; pescherecci che s’avventurano in mare aperto, oltre i due rami del porto, con il consueto stuolo di gabbiani gracidanti; e ancora, altre statue che proseguono la visione romantica del Gabbiano Jonathan immortalato da Lupo, sempre più in là, vicino all’orizzonte; massi scolpiti e portati a nuova vita, da tanti Geppetti alle prese con Pinocchi di pietra…
Stiamo solo divagando?
Possibile, probabile, quasi sicuro. Ma non scontato. L’idea di integrare il chilometro e passa del Molo Sud nella vita cittadina non è nostra, non è originale, non è degli ultimi giorni. Se ne parla spesso e da tempo. E proprio questo pour parler all’italiana rischia di produrre una serie di sogni e divagazioni che poco hanno a che fare con la realtà stringente del braccio meridionale del porto. Che ha avuto una vita grama, fin dalla nascita. I marinai più anziani ricordano sicuramente le battaglie condotte al momento della costruzione del porto: loro chiedevano un braccio nord più avanzato e un braccio sud di attracco. I tecnici laureati invece hanno scelto l’ipotesi inversa. Peccato che le correnti adriatiche abbiano una direzione nord-sud: e così lo specchio d’acqua antistante all’interno del molo sud è divenuto, col tempo, una risacca semi-sabbiosa…
Ma veniamo al presente.
Innanzitutto, il Molo Sud è ancora adesso una zona di lavoro, e anche rischioso. All’interno del gomito del terzo tratto, vi è infatti l’area “spostamento e caricamento massi?. Ve la immaginate la nostra famigliola spensierata che, vestita a festa, deve accantonarsi per permettere il passaggio di un fragoroso camion colmo di massi, magari croati? Un po’ come consentire il passeggio dalle parti di un cantiere edile, con caschi di protezione, cuffie anti-rumore e via discorrendo.
Qui sta quindi il punto nodale di qualsiasi decisione: spostare la zona di caricamento massi, dal Molo Sud al braccio Nord del porto. Senza questa soluzione logistica, non c’è ingegnere o architetto che possa intervenire con successo.
E dire che non sono pochi i progetti, anche autorevoli, che sono stati posti all’attenzione dell’Amministrazione. Anni fa un progetto dell’Arch. Cocchiaro prevedeva la completa messa a norma del Molo Sud, con adeguata pavimentazione, illuminazione, l’installazione di balaustre che rendano sicuro oltre che piacevole il cammino. Anche un tecnico dell’Amministrazione Comunale, l’Ing. Antolini, ha concepito una bozza di progetto che riguardava la sicurezza del primo tratto, quello che va dall’ingresso fino al monumento al Gabbiano Jonathan. «Il mio -spiega Antolini- è uno studio che prevedeva di rendere sicuro e fruibile quello spezzone di molo, attraverso la sistemazione di parapetti e della pubblica illuminazione». Il tutto vincolato dall’ottenimento di finanziamenti comunitari, a patto che si dimostri che il ramo meridionale del porto fosse dedicato all’attività peschereccia, con tanto di attracchi al momento inesistenti (e invece appena sufficienti al Molo Nord). Ma qui si apre un altro capitolo.
Sull’area portuale e sul porto in particolare ricadono una serie di competenze burocratiche e amministrative da Un borghese piccolo piccolo, per chi ricordasse le montagne di scartoffie in cui Alberto Sordi era impelagato (si fa per dire), nel grande film di Monicelli. Per carità, non accusiamo nessuno di negligenza e di poco senso civico. Ma la mancanza di una struttura decisionale, di un riferimento certo a cui rivolgersi quando parliamo di porto di San Benedetto e, ancor di più, di Molo Sud, scoraggia anche il più deciso degli interventisti.
Cominciamo!
Il Molo è in ambito demaniale. Il Comune di San Benedetto del Tronto ha un proprio ufficio per le aree demaniali, e qui arriva il primo cavillo: tale ufficio ha competenza solo per le aree del lungomare. La zona portuale è in gestione della Capitaneria di Porto, la quale ha emesso un’ordinanza che vieta l’accesso alle persone nel Molo Sud; ma il cartello di divieto è puramente coreografico, nessuno gli dà retta. Altra sterzata: il Capitano della Capitaneria di Porto resta in carica, per legge, soltanto due anni, poi deve dare spazio al sostituto. Il che comporta che al nuovo venuto devono essere ricapitolati tutti i processi e gli accordi raggiunti in precedenza, con il rischio che tutto salti e si debba ricominciare daccapo (se va bene), o che non si ricominci per niente (se va male). Ma non basta. È in fase di redazione il nuovo Piano Regolatore Generale: per bocca dei tecnici comunali la zona portuale è al momento «congelata», sia perché i lavori del PRG non sono ancora in fase avanzata, sia perché c’è l’intenzione di produrre un Piano Particolareggiato. Ma attenzione: il Piano Particolareggiato, se ci sarà, dovrà tener conto dell’attività della S.T.U. (Società Temporanea di Urbanizzazione), un accrocco burocratico recentemente ideato e dalla forma, dai compiti e dalle competenze poco definite: si occuperà di rimodellare l’urbanizzazione dell’area portuale, e tanto basta (il come e il quando a dopo).
L’Amministrazione attuale non sta certo con le mani in mano: c’è un project financing (investimento congiunto di pubblico e privato) che coinvolge l’Amministrazione per 1.5 milioni di euro: i soggetti privati sono chiamati a collaborare alla riqualificazione del molo Sud scucendo altri milioni di euro dal portafogli, necessari per garantire la fruibilità turistica del braccio meridionale. La carota, il tornaconto, sarà costituito dalla possibilità di insediare, per lo meno, qualche ristorantino (a base di pesce, garantiscono), e chissà che non si riesca ad arrivare ad una rotonda sul mare. Il tutto dovrebbe partire nel 2004. Sarà così? Non lo escludiamo, ma non sarà facile averla vinta sulla rete di vincoli, ipotesi e incartamenti sopra esposti. Soltanto una visione chiara, una programmazione altrettanto adeguata e soprattutto una pervicace, ostinata e autorevole volontà potranno trasformare quel deserto di buchi e pavimentazioni sconnesse in una delle più originali promenade che paese d’Italia possa vantare. (PPF)

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