Piano regolatore, tasse, protesta dei vigili? Macchè, il dibattito politico in città si scatena su un tema di strettissima attualità: il destino delle vituperate sculture lasciate in eredità dalla Giunta Perazzoli. Tutto è iniziato con una proposta ‘choc’ formulata da intransigenti censori: via i pupazzoni e le astratte ferraglie da Viale Moretti, sostituiamoli con monumenti dedicati alla patria. Apriti cielo: le avverse fazioni politiche hanno ripreso l’estenuante querelle sulla bontà artistica dei discussi monumenti. Da un lato il centrosinistra rivendica il merito di aver restituito linfa vitale alla cultura locale, dall’altro la Casa delle Libertà si appella al diritto-dovere di cancellare simili brutture dalla vista di residenti e turisti.

Ora, lungi da noi formulare un giudizio critico sulla qualità artistica delle succitate opere, ma almeno ci sia consentito esprime un modesto parere: San Benedetto non ha mai avuto tradizioni artistiche degne di menzione; perciò la scelta della vecchia Amministrazione di intraprendere il filone dell’arte contemporanea è parsa ai più coraggiosa, pur se discutibile in certe sue espressioni estreme (il ‘Lavorare, lavorare, lavorare…’ di Nespolo non ha mai riscosso grandi consensi). Insomma, nel giro di pochi anni la nostra città ha acquisito, nel bene e nel male, una identità artistica ben definita. Pensare di sostituire ora i ‘capolavori incompresi’ con anonime e vetuste sculture alla patria significherebbe fare un salto nel buio e tornare al ‘deserto culturale’ di qualche anno fa.

Non ci resta che suggerire ai fautori del ‘repulisti’ una puntatina a Porto Cesareo (Le), ridente località balneare in cui pochi mesi fa è stata eretta una statua alla marmorea Manuela Arcuri: un rarissimo esempio di ‘ars horribilis’ ad uso e consumo di turisti dal palato poco raffinato, simbolo di un irrimediabile vuoto culturale. Morale: meglio un ‘Ubu’ sgraziato ma con un’anima (artistica), che una ‘bella statuina’ formosa senz’arte né parte.

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