Dopo il grande successo di “We are the Ark”, la band ha inciso un secondo album contenente undici brani sullo stile di “It takes a fool to remain sane”, fortunato singolo della scorsa stagione, assai apprezzato per il suo ritmo orecchiabile. Le sonorità dei The Ark sono semplici e vertono principalmente su chitarre in evidenza, basso, batteria, sound tipico degli Anni Ottanta: il tutto brillantemente supportato dal carisma di Ola Salo che dimostra di avere una bella voce da abbinare ad autentiche performance teatrali. Insomma il ragazzo sa il fatto suo: non lesina vocalizzi e calca benissimo la scena coinvolgendo gli spettatori non solo da un punto di vista sonoro ma anche visivo. Movimenti studiati in modo tale da apparire naturali misti ad una velata gestualità, Ola Salo è arrivato persino a strisciare sul palco in maniera quasi sottomessa per dare ampio spazio alla voce, per poi alzarsi di scatto e riappropriarsi così dell’attenzione visiva.

Un vero istrione, tanto da essersi meritato il paragone – certamente un po’ azzardato – con l’indimenticabile Freddie Mercury. Un paragone che lo lusinga parecchio e lo porta a dare sempre il meglio di sé, a stupire unendo l’audacità dei vocalizzi a quella dei testi. Testi che riproducono una sorta di ribellione sessuale dai toni giovanili, riflessioni sulla libertà e inni in nome dell’amore. In tal proposito Ola Salo ammette chiaramente la sua bisessualità e, pavoneggiandosi nella sua giacca di pelle sulle cui schiena capeggia una scritta in lustrini “in lust we trust”, afferma che “la ricerca del piacere, in tutti i sensi, è una delle chiavi per vivere una vita felice”. E ad una curiosa Simona Ventura che gli ha chiesto se crede veramente nella lussuria, ha risposto: “Credi che porterei scritta una frase del genere sulla schiena se non ci credessi?”. In effetti si tratta di una scritta vistosa.

Comunque sia, tra paradossi ed “innocenti” provocazioni, il nuovo album dei The Ark risulta godibile anche se da loro ci si aspettava qualcosa in più visto l’enorme successo dello scorso anno. Le canzoni di “In lust we trust” sono trascinanti, il ritmo incalzante, la voce di Ola è ok, ma la ricetta è la stessa di “We are the Ark”, quindi l’album difetta in novità. Tuttavia è un piacere ascoltarlo. Tra gli undici brani, segnaliamo “Father of a son”, “2000 light-years of darkness”, “The most radical thing to do” e il pezzo che dà il titolo all’album, “In lust we trust”, un vero inno al piacere. E noi da che parte stiamo? Lussuria a parte, preferiamo senz’altro credere nelle potenzialità dei The Ark.

(rositaspinozzi@tin.it)

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