Dopo un breve prologo introduttivo, i numerosi spettatori accorsi si sono radunati in un gruppo di case centrali, dove lo spettacolo è iniziato. La drammaturgia prevedeva continui spostamenti di pubblico e attori lungo i vari atti del dramma. Gli spettatori hanno dovuto percorrere circa 700 metri a piedi in una strada di campagna. Quasi un’immagine di emigranti, o di profughi in sbando, che in qualche modo ricordava la famosa scena de “La Notte di San Lorenzo” dei Fratelli Taviani. All’imbrunire, i teatranti hanno consegnato ad ogni spettatore un sacchettino di viaggio, contenente immagini del loro paese (Paglieta, in provincia di Chieti), frasi tratte dallo spettacolo, fogli bianchi e altri oggetti-ricordo. Nel frattempo i mille rumori della campagna rendevano ancor più suggestiva l’esperienza unica che gli spettatori stavano vivendo.

“Cara Moglia”, liberamente tratto dall’omonimo libro di Emiliano Giancristofaro, parla di emigrazione, ma non solo. Ciò che si vuole realmente illustrare è la cornice culturale della regione Abruzzo, senza però servirsi delle categorie culturali della tradizione accademica. La realtà dell’emigrazione abruzzese traspare invece dall’analisi comparata di alcune lettere di emigranti, inviate soprattutto alle famiglie, nel decennio 1960-70. Quello del Teatro del Me-Ti è dunque un tributo sugli emigranti abruzzesi, la loro vita, le loro storie. Ma anche un intenso racconto sul viaggio, sulle memorie del migrare, sui ricordi di un secolo che finisce, sui suoi più umili protagonisti.

Dopo aver percorso varie strade, al ritmo dei racconti narrati dagli attori, il pubblico è approdato in una zona circolare dove c’era ad attenderli l’attrice protagonista Augusta Natale, che ha consegnato ad ogni spettatore una valigia, proseguendo poi i racconti tratti dagli emigranti abruzzesi. Improvvisamente si sono alzate alcune raffiche di vento, un albero ha cominciato a vibrare ed uno scroscio di pioggia finale ha costretto i teatranti a riparare all’Aurora. Qui, mentre al pubblico veniva servita la cena, Augusta ha terminato lo spettacolo.

Si è conclusa così una delle serate più indimenticabili in otto anni di Invisibili. Un poema dedicato al narrare, nel quale fiorisce un autentico campo di memorie e di singolari racconti. Uno spettacolo che fa a meno del testo scritto, eppure incredibilmente “forte” nella sua semplicità. Storie a volte struggenti, ma anche comiche, ironiche, divertenti. Favole che assomigliano al nostro cuore, a come vorremmo che fosse.

Nel corso delle due settimane di spettacoli si sono succedute sette tra le più rappresentative compagnie del teatro di ricerca. Ciò che costituisce la forza e l’energia inverificabile dell’Incontro di San Benedetto è tutto quel sommerso teatrale di cui nessuno, istituzionalmente, ha mai saputo occuparsi e con cui soltanto i Teatri Invisibili hanno saputo mettersi significativamente in relazione. Gli Invisibili sono un organismo capace di veicolare ogni tipo di segno teatrale “disperso”. Una specie di punto di riferimento per centinaia e probabilmente migliaia di esseri umani che oggi credono nella pratica teatrale come percorso di crescita esistenziale.

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