Antonio Fabiani ha girato il mondo, e sentirlo dire che San Benedetto è uno dei posti più belli fa un certo effetto. Infatti, nonostante i frequenti spostamenti di lavoro, il suo legame con la città natale è rimasto intatto – se non addirittura cresciuto – complice la nostalgia che spesso coglie chi vive lontano dal proprio luogo di origine. Una lontananza pienamente giustificata, visto l’ottimo servizio che Fabiani ha reso al mondo dell’informazione come inviato speciale in posti di guerra e, attualmente, come redattore ordinario presso Rai News 24, un canale satellitare della Rai che va in onda 24 ore su 24. Una carriera all’inverso? Tutt’altro: una grande libertà di scelta per un uomo che segue il proprio istinto andando oltre le gerarchie professionali. Fabiani, infatti, colpisce non solo per la sua padronanza nel campo dell’informazione, ma anche per la spiccata personalità e la pacatezza con cui dice “Non è detto che mi fermo qui. Se capita l’occasione posso partire anche domani”.
E non è tanto per dire.

Partiamo dal tuo iter professionale…
Ho studiato tra San Benedetto, Ascoli, Milano, Pescara e, molto comodamente, mi sono laureato in filosofia presso l’università di Chieti. Nel ’79 ho vinto il concorso come cineoperatore classificandomi primo in una selezione di 156 persone, così ho svolto questa professione per nove anni nella sede Rai di Pescara. In seguito mi sono trasferito al Tg2 e per dodici anni sono stato inviato speciale in varie parti del mondo.

Come nasce un inviato di guerra?
La tendenza è quella di mandare le stesse persone perché acquistano esperienza e hanno meno problemi degli altri, anche se la paura ce l’hanno tutti. In realtà non c’è una scelta precisa: alcuni non tornano volentieri in quei luoghi, a differenza di altri che partono con più disinvoltura. La professione del cameraman è particolare e, paradossalmente, a volte non è compresa a fondo neanche dagli addetti ai lavori nell’ambito giornalistico. In ogni ambiente lavorativo c’è sempre la categoria che viene vista con un po’ di invidia, perché quello che si può rendere con la telecamera è assai più difficile renderlo con le parole. Le sensazioni che riescono a trasmettere certe immagini superano anche mille resoconti scritti. Una prova evidente? I filmati del leader dei talebani inchiodano puntualmente sullo schermo milioni di persone, mentre non sempre viene letto con la stessa attenzione quello che i quotidiani dicono su di lui.

Dai posti “caldi” in capo al mondo a Rai News 24, un canale satellitare. Come mai?
Sembrerebbe uno di quei rari casi di carriera all’inverso. In realtà non sono schematico e non ho mai visto questa professione come un’escalation. Mi affascinano le situazioni per la loro autenticità, per il modo di presentarsi, quindi non seguo un iter gerarchico, anche perché il mondo dell’informazione è abbastanza contraddittorio ed io ho cercato di trovare sempre strade che mi consentissero di fare quello che più mi piace. Stare tranquillo in una redazione e fare quest’esperienza particolare con Rai News, dopo tanti anni di viaggi, è una specie di compendio del lavoro che svolgevo in giro per il mondo.

Quindi hai vissuto questa professione in modo completo…
Sì, spesso ho collaborato con molti colleghi nella scelta dei pezzi e dei servizi da realizzare. Ed è stata la mia professione a darmi questo vantaggio, perché se l’inviato gira solo per la redazione di appartenenza, il cineoperatore in Rai ha la possibilità di girare con varie redazioni perché tutte hanno bisogno di immagini. Così ho lavorato con tanti colleghi diversi, quindi l’esperienza è stata più completa e utile per il mio attuale ruolo, visto che i redattori di Rai News 24 sono soliti affrontare temi che vanno dal calcio alla borsa di Wall Street. Ma non è detto che mi fermo qui: se capita l’occasione, torno a fare l’inviato. Questa volta, però, mi piacerebbe partire senza telecamera per poter raccontare i fatti con le parole.

Tra i numerosi servizi che hai realizzato quali ricordi in modo particolare?
I servizi più belli sono quelli in cui credi di aver contribuito a far conoscere delle realtà che avevano bisogno di essere evidenziate per ottenere aiuti, come è accaduto in Africa, in Albania, a Sarajevo. Le esperienze a riguardo sono talmente diverse che non è possibile fare una graduatoria. Sono un po’ come gli abiti di stagione: non puoi dire “mi piace di più una maglietta di cotone rispetto a un maglione” perché d’estate serve la maglietta e d’inverno il maglione. L’uno non esclude l’altro, ed io ho sempre vissuto le mie esperienze con questo spirito.

Hai lavorato anche con giornalisti più noti…
Certo, tutti quelli che lavorano ancora al Tg2: Franco Ferrari, purtroppo scomparso; Sergio Canciani, attuale corrispondente da Mosca; Franco Di Mare che si trova da alcuni mesi in Afghanistan, Michele Cucuzza con il quale sono stato in Arabia Saudita per tre mesi. Quest’ultima è stata un’esperienza particolare perché l’Arabia Saudita è una nazione che esula un po’ dal contesto mondiale per il suo approccio religioso e lo stile di vita. Comunque sia tutti i posti del mondo sono interessanti perché è il mondo stesso ad essere bello. E San Benedetto fa parte del mondo quindi è bella anche lei. A dire la verità per me è uno dei posti più belli in assoluto: ci sono nato e resto tuttora molto legato alle sue tradizioni.

Soprattutto quelle marinare. Hai una mansarda molto originale, sembra di stare all’interno di una nave. Ci sono persino gli oblò…
E’ vero. Mio padre era un venditore di reti e fin da piccolo sono cresciuto in questa atmosfera. Ognuno deve essere orgoglioso delle proprie radici, ed è bene che la cultura riguardi il territorio e le persone in modo concreto. Vedo con distacco le iniziative “appiccicate” qua e là perché mi sembrano più che altro vicine ad una tendenza generale. Motivo per cui reputo un vero salto di qualità della cultura sambenedettese le iniziative prese da persone come Gabriele Cavezzi, il quale sta fornendo un’enorme ricchezza culturale alla città tramite il suo impegno nella ricerca delle fonti storiche. Quindi ben vengano i libri sulla marineria e i bei racconti come “La rete e il tempo” di Benedetta Trevisani. Si tratta di un aspetto che doveva essere curato già da tempo con riscontri meglio valutati: a volte in queste iniziative c’è qualcosa di poco approfondito, legato al fatto che il tipo di cultura non ha lasciato spazio fin da subito ai “cantori” di questo settore. Sono venute dopo le persone che si sono accorte della bellezza delle tradizioni. Ma, per fortuna, sono venute.

Come vedi l’avanzamento del moderno?
Spesso nel moderno c’è la sacrosanta voglia dell’emancipazione e del benessere che, però, non va confusa con la cultura e l’importazione di cultura. La cultura è come il colore dei capelli: nasci con quel colore e puoi svilupparlo, farlo risaltare in modo migliore. Mettersi la parrucca di un altro non serve. Quindi una delle iniziative che prediligo è quella legata alla scultura, autentica nel suo modo di essere, anche perché gli scultori non nascono tutti in un posto nonostante San Benedetto abbia avuto figure come Armando Marchegiani e goda ancora dell’arte di Marcello Sgattoni, Paolo Annibali ed altri. Tutto il resto porta ad avvicinarsi ai tempi in modo più adeguato, fa conoscere la città, ma se non ci fossero già solide basi sarebbe fine a se stesso.

San Benedetto, vista dall’esterno, è una cittadina conosciuta?
Chi la conosce l’apprezza perché è un luogo che non si scorda facilmente. Ne ho sentito parlare con entusiasmo da quanti ci sono già stati: nessuno la immaginava come una microrealtà quasi africana per via del clima mite. Personalmente sono sempre stato orgoglioso della mia città tanto che l’ho citata in varie occasioni. Durante il periodo in cui stavo a Sarajevo, ricordo che il Tg2 fece un servizio in cui esordiva dicendo “A più di 200 km da San Benedetto del Tronto sta accadendo…”. Inoltre va sottolineato che negli ultimi anni la città ha avuto una notorietà superiore al passato con un riscontro a livello nazionale.

Un raffronto tra l’attuale gioventù sambenedettese e quella degli anni passati.
I problemi con la cultura giovanile nascono perché ci sono tanti cattivi maestri e molta volgarità che viene spacciata per modernità. La volgarità ha molti aspetti nella forma e nel linguaggio e i ragazzi non distinguono più l’una dall’altra. E’ facile confondere il moderno con il banale. Comunque sia reputo ancora San Benedetto un’isola felice perché non abbiamo perso “le cime che tengono gli ormeggi”. E sono cime che reggono, non so per quanto tempo ancora, ma reggono.

Torniamo all’aspetto tecnico. Le immagini fornite dai telegiornali in che modo rappresentano la realtà dei fatti?
“La verità è al di sopra della realtà”, così diceva Sant’Agostino. Spesso la realtà non è quello che vediamo, anche se il più delle volte sembra corrispondere a fatti precisi. Le immagini ci mostrano la realtà così come la incontriamo con i nostri occhi, però poi viene combinata, usata spesso in buona fede per delle convinzioni e dei discorsi nella consapevolezza che siano quelli giusti. Quindi le immagini in sé sono autentiche, però è ovvio che quando si racconta in pochi minuti un accadimento è difficile andare a fondo delle situazioni. Tutto ciò serve perché ognuno abbia convinzioni nel tempo. E qui subentra il fattore temporale, perché magari servono più realtà e si spera che quanto viene mostrato sia sempre più vicino ai fatti e agli interessi dell’umanità in generale. Sta a chi ha le leve del potere rendersi conto di questo, perché poi quando si rompono gli ingranaggi la macchina si ferma per tutti.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Dare maggior spazio all’hobby della pittura e raccogliere i miei anni di esperienze in giro per il mondo in un racconto. Sono un appassionato di cinema e m’interessa la cultura, per cui mi piacerebbe realizzare anche qualche documentario. Confesso, però, di essere diventato abbastanza pigro, e se non si hanno appoggi e persone entusiaste intorno è difficile portare avanti da solo determinati progetti. E’ fondamentale non perdere mai l’entusiasmo.

Un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere questa professione.
Sono riuscito a realizzare i miei progetti lavorativi grazie alla mia determinazione inconscia. L’unico consiglio da dare ai giovani, qualunque professione vogliano intraprendere, è credere in quello che fanno. Molti cercano subito un corrispettivo per il loro impegno mentre, come sai bene, il nostro è un lavoro che si deve fare gratis per parecchio tempo. E lo abbiamo fatto quasi tutti, a parte qualche fortunato che nasce già con un nome più qualificato. Quindi volontà, passione, determinazione, perché il rendimento viene dopo. Chi vuole raggiungere un obiettivo non deve mai arrendersi, perché paga molto di più il suo raggiungimento che una gratificazione economica estranea al proprio settore. Non arrendersi è più logico anche da un punto di vista vitale. Soltanto così circolano energie vere.(rositaspinozzi@tin.it)

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