Trentatrè anni compiuti il 13 dicembre, ha studiato elettronica alla scuola media superiore, attualmente ripara fax e fotocopiatrici, convive con la sua ragazza Emma e “due famelici gatti”, Pivo e Gonzo, ha una grande passione per il biliardo. Questo il ritratto di Patrizio Pinna, vincitore di “Sotterranea Poesia”, per la cronaca. Per gli amanti della poesia, invece, il giovane autore genovese è un talento dotato di una straordinaria vena poetica con la capacità di usare la parola, descrivendo la realtà nel suo aspetto più crudo, senza alcuna esitazione. Definisce “deliri” i suoi componimenti, è poco loquace, ma nelle sue brevi affermazioni riesce a comunicare infiniti concetti basati sull’amara consapevolezza di vivere in un mondo crudele e precario. Un mondo nel quale, però, ci si può ancora “divertire un sacco”. Patrizio non è ermetico, né pessimista. É semplicemente un artista in grado di conferire alla parola la stessa forza delle immagini che propone. Ha un animo gentile ed un carattere chiuso, non ama esporsi, fa persino fatica a recitare il “delirio” prescelto durante la cerimonia di premiazione. Ci siamo conosciuti durante il suo breve soggiorno a San Benedetto del Tronto ed insieme abbiamo maturato l’idea di questa intervista un po’ fuori dagli schemi, che si è poi concretizzata nel corso di uno scambio di idee via e-mail. Ed anche in questo caso la sua parola ha vinto su tutto: infatti, scavalcando la freddezza del mezzo comunicativo, è arrivata alla sottoscritta in maniera limpida, chiara e coinvolgente.

Una frase o tre aggettivi per definire la tua personalità.
Credo di non saper rispondere a questa domanda neanche tra qualche centinaio d’anni. Ho provato persino a costringere Emma ad aiutarmi, ma non c’è stato verso…

Quando è nata la tua voglia di comunicare tramite la poesia?
Una decina di anni fa ho scritto qualche delirio su foglietti di carta che sono rimasti chiusi in un cassetto per parecchio tempo. A distanza di anni ho riaperto proprio quel cassetto dove la cartaccia, nel frattempo, si era accumulata. Rileggendo tutto ho scoperto qualcosa di buono e, visto che avevo trovato il bando di concorso di un premio di poesia, ho spedito il mio delirio. Dopo qualche mese mi è stato assegnato il premio speciale della giuria. Chissà, forse non avevano niente di meglio da fare. Così ho continuato, spinto forse dall’insano tentativo di far gongolare il mio ego, ma senza crederci più di tanto. Del resto, considerando il mio carattere chiuso, mi resta più facile spedire i miei deliri ai concorsi piuttosto che farli leggere a qualche conoscente. Anzi, ad essere sincero, preferisco comunicare con i romanzi: ne ho scritti quattro ma, per il momento, nessuno me li pubblica.

Sei solito definire “deliri” le tue poesie. Come mai?
Preferisco chiamare deliri i miei scritti perché poesie è un termine che proprio non mi “sfagiola”. Come pure coloro che si definiscono poeti…

I romanzi, però, restano romanzi. Quattro, per l’esattezza. Che argomenti trattano?
Il primo si intitola “Mitote”, ed è una storia di amicizia su uno scenario leggermente fantascientifico. La storia mi piace ancora molto ed ho avuto anche un paio di ottime recensioni da amici scrittori. Purtroppo è il primo libro che ho scritto e come tale andrebbe riletto, se solo ne avessi il tempo. Il secondo si intitola “Memorie di un operativo”, è un giallo, una sorta di spy story con un finale un po’ a sorpresa… nel senso che non ha un lieto fine. Non impazzisco per questo libro anche se, senza ombra di dubbio, è scritto meglio del primo. Il terzo, invece, è quello che al momento preferisco: s’intitola “Libro Maria” ed è un racconto piuttosto demenziale che non ha nulla a che vedere con la religione. Racconta la storia di un gruppo di punk, abitanti il centro sociale di quartiere, che aiutano i protagonisti del libro -Mirella e Marione- ad indagare sulle strane dipartite nella casa di cura del dott. Novelli, dove è ricoverata la nonna arteriosclerotica di Mirella perché segretamente innamorata del dottore. Il tutto in uno scenario in cui i pesci hanno deciso di abbandonare i fondali per dividere il pianeta con la razza umana… Dì la verità, dopo aver letto i miei libri continuerai ancora a rivolgermi la parola?

Certamente! E il quarto romanzo?
Il quarto, visto che mi è piaciuto molto il terzo, è una storia con i suddetti personaggi. S’intitola “Odissea alla fiera della mescolanza genetica”: la trama è in via di revisione, per cui tutto è ancora top secret.
Torniamo alla poesia. Cosa significa per te dare voce ai versi? Un’esigenza naturale, una terapia, un divertimento?
È un po’ come tagliarsi le unghie dei piedi: arriva un momento in cui non puoi più tirarti indietro e lo fai. Dopo, a meno che non ti sia estirpato mezza falange, non puoi che stare meglio.

Un’interpretazione personale delle poesie presentate a “Sotterranea”.
“Chiuso per lutto”, la più recente, è nata dopo aver trovato un cartello con questa scritta sulla saracinesca della birreria dove vado di solito. Il giorno dopo sono andato ad informarmi dal lattaio vicino ed ho saputo che il padre dell’oste aveva avuto un infarto. Come il mio, più di vent’anni fa. Uno di questi giorni dovrei fargliela leggere… “Ostriche da bancone” deriva dagli sgabelli della birreria sopra citata. Sgabelli sui quali ti trovi a riflettere di molte cose, specialmente se la serata è “molla”. “Capodanno del Terzo Millennio” è la più vecchia delle tre. Quando l’ho scritta volevo essere un po’ caustico ma, ahimè, più passa il tempo più diventa attuale.

“Chiuso per lutto”, “Capodanno del Terzo Millennio”, “Ostriche da bancone”. Tre capolavori individuali che trovano un anello di congiunzione ideale nella metafora dei bicchieri. Vuoti o pieni, non importa, ma comunque “sbagliati”, amari, colmi di frustrazione. Qualcosa di personale?
Sono cresciuto nei bar e, anche se non rischio l’alcolismo, ho “sbevazzato” parecchio. Quindi se parlo di bicchieri parlo di qualcosa che conosco bene. In un’osteria, ad esempio, niente fa più piacere di un bicchiere di vino servito nel classico gotto, mentre in un bar raffinato non è concepibile che ti servano un martini cocktail nel tumbler. Sono questi i bicchieri sbagliati a cui pensavo in “Ostriche da bancone”. In “Chiuso per lutto”, invece, sono una metafora della vita, un colpo e via. Infatti i bicchieri bevuti al banco sono i più veloci, quelli di cui ti accorgi soltanto quando sono terminati. In “Capodanno del Terzo Millennio” il calice è amaro davvero, è un brindisi all’assurdità delle cose.

Hai la capacità di usare la parola con grande maestria raccontando senza falsi pudori una realtà cruda, dolorosa, sanguinante. Esiste ancora la speranza?
Come risposta si potrebbe ottenere il classico luogo comune…posso appellarmi al quinto emendamento?

Accordato. Il dolore aiuta a crescere o questa è una pietosa bugia per andare avanti?
Il dolore o ti aiuta a crescere o ti fa saltare qualche “valvola”… e se nessuna delle due ipotesi, vuol dire che ci si deve dare alla politica.

Che rapporto hai con il mondo che ti circonda?
Sono cosciente del fatto che tutto è sbagliato ma, comunque, mi ci diverto un sacco.

C’è una poesia a cui sei legato in particolar modo?
Sicuramente le poesie di Bukowsky: sono tra le più belle che io abbia mai letto insieme ai testi di De Andrè, al cui confronto alcuni Premi Nobel per la poesia non valgono un accidente.

Quali autori preferisci?
Cèline, Bukowsky, Sartre, Boll, Henry Miller, Kerouac, Burroughs…

Come reputi l’esperienza di “Sotterranea”?
Positiva, senza alcun dubbio. Mi hanno persino premiato.

Quale poesia degli altri partecipanti hai maggiormente apprezzato?
“Pensiero sul mondo nuovo” di Marco Lizzani, “Un istante di panico” di Laura Piarulli.

“…Aspettiamo che qualcuno riesca finalmente a penetrare il guscio senza dispiacersi di non aver trovato la perla”: è la strofa finale di “Ostriche da bancone”. Tu hai trovato la perla?
Sì, credo di sì. Anche se realizzerò appieno quando ormai l’avrò perduta.

Un sogno da realizzare.
Imparare a giocare a biliardo da professionista.
(rositaspinozzi@tin.it)

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