Nel mese di giugno ho visitato il Trentino e il lago di Iseo, ho deciso così di riportare le impressioni del viaggio da turista visto con gli occhi da architetto e riportare delle riflessioni sul nostro territorio.

Prima della partenza un po’ di ricerche in internet, per organizzare la vacanza e subito ho saputo che l’hotel dove avrei alloggiato aderiva alla Trentino card che è compresa nel prezzo della camera, altrimenti costerebbe 40 euro. La Trentino card dà la possibilità di usare i mezzi pubblici e soprattutto i musei in maniera gratuita e considerando che l’intenzione è quella di visitare il MART a Rovereto e il MUSE a Trento, la cosa non può che farmi piacere.

Sul sito della card vedo che oltre a questo ci sono anche notevoli sconti per i generi di conforto: vino, grappe, salumi e latticini vari oltre a spacci di abbigliamento. Ultima cosa: lancio un annuncio su un sito di car-pooling come al mio solito, che senso ha andare con una macchina mezza vuota? E poi si conosce varia umanità in questa maniera, logicamente bisogna essere predisposto al dialogo. Bene rispondono subito due persone che devono tornare a Trento. Si parte.

Arrivo a Trento all’ora di pranzo, non è la prima volta che frequento il Trentino Alto Adige, ma la sensazione è sempre la stessa, quella di una regione ordinata. Lascio i bagagli, prendo la card e di corsa mi reco al MART (Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto).

Il museo progettato dall’architetto Mario Botta è stato posizionato al centro della città, come ampliamento dell’esistente museo, ma non è stato difficile trovare un parcheggio nelle vicinanze, a pagamento. L’edificio rinuncia a dei prospetti referenziali, ma la facciata è rinchiusa all’interno della piazza coperta, mentre l’interno presenta tutta l’abilità dell’architetto nella cura dei dettagli degni di Carlo Scarpa, suo maestro. Mi avvicino alla biglietteria e presento la card con fare circospetto (l’idea che dietro ci possa essere una fregatura è sempre presente nell’italiano medio da Milano in giù): mi danno i biglietti, visita libera e gratuita in tutte le sale del museo. Bellissime le mostre e gli spazi progettati con una luce diffusa che proviene (come di regola) dall’alto, all’interno si trova di tutto, da De Chirico a Burri, da Modigliani a Schifano, poi grande spazio per il Futurismo e per Depero che qui ebbe i natali. In città funziona tutto allo stesso modo: faccio un giro rapido per un caffè compreso nel biglietto, osservo strade pulite, negozi curati e antichi come la cappelleria Bacca.

Il mattino dopo si parte per il MUSE (Museo della Scienza) a Trento. Si arriva da una strada laterale e subito viene fuori lo sky-line di tutto l’intervento fatto dall’architetto Renzo Piano: in effetti non c’è solo il museo con il suo profilo che riprende quello delle Dolomiti, ma anche la biblioteca che ha aperto in quei giorni, il complesso di residenze, uffici, negozi e hotel, che hanno preso il posto dell’ex fabbrica Michelin ormai dismessa da anni ed rappresentava una ferita aperta alle porte della città.

Arrivo alle 10, orario di apertura del museo, e trovo subito un parcheggio gratuito proprio davanti, anche se una visita al quartiere è d’obbligo per un architetto. Gli spazi esterni danno la sensazione che tutto sia stato progettato con una prospettiva che partendo dall’interno degli edifici vada verso l’esterno, perché tutti gli affacci presentano uno scorcio di verde, da quello naturale delle montagne ai giardini delle corti interne degli edifici.

Come spesso mi capita entro in un bar per osservare l’architettura degli interni con la scusa di un caffè, chiedo se sono stati venduti tutti gli appartamenti del complesso, anche perché per le vie interne non vedevo molta gente e molte finestre erano chiuse: il barista mi risponde che ne sono stati venduti solo metà e metà di questi sono abitati, la crisi si è fatta sentire anche qui, complice prezzi non credo proprio popolari, ma la qualità si paga.

Entro al MUSE alle 11, ci resto per quattro ore e mezza volate via in fretta. Museo delle scienze, concepito sulla formula che si impara facendo, molto didattico ma adatto sia ai piccoli che ai grandi. Il museo cavalcando il tema delle Dolomiti affronta un viaggio che parte dall’ultimo piano fino al piano interrato, come se fosse una discesa nel centro della terra attraversando tutte le ere geologiche e gli habitat che sono cambiati nel tempo, quindi si va dalle tipologie di animali che vivono o che sono vissuti in quei luoghi, alle attività che gli uomini hanno nel tempo sviluppato per sopravvivere e vivere meglio trasformando il territorio, quindi dalle armi preistoriche in selce, alle storie dei minatori di quelle montagne, passando a come queste si sono formate. Esco alle 15:30, faccio il nuovo sottopasso proprio lì davanti che mi porta in 10 minuti a piedi in centro, con i caratteristici porticati e il bellissimo duomo.

La qualità degli spazi dei due musei è alta e tutto è studiato per far incontrare e non scontrare sia i cittadini che gli ospiti, ma al di là dell’architettura degli archistar, si coglie la voglia di creare nello spazio apparentemente angusto centrale del MART e quello più ampio e periferico del MUSE una volontà soprattutto politica, ovvero far crescere e intensificare la città esistente per rigenerarla, per innescare un circolo virtuoso di riqualificazione dei quartieri, tramite il mercato immobiliare. E’ insostenibile costruire all’esterno delle città su luoghi vergini, la dispersione non funziona sotto ogni punto di vista (immondizia, trasporti, servizi), diversi esempi hanno dimostrato che la riqualificazione va a braccetto con la rigenerazione: dal Guggenheim Museo di Bilbao alla High Line di New York.

Tutto ciò porta a riflettere oltre che sull’accoglienza turistica dalle nostre parti, anche sulla Grande Opera ANIMA che si doveva fare sul nostro territorio, sarebbe funzionata in una zona così periferica come quella di Grottammare? O sarebbe funzionata meglio nell’ex stadio Ballarin, fermo restando la “dimenticanza” della questione demanio? Il tema del contenitore che intende ospitare e incentivare l’arte presente sul territorio era quello giusto?

Una cosa è sicura per far funzionare una grande opera almeno da quello che ho visto in Trentino bisogna avere le idee chiare su cosa fare e come farlo. Non basta posizionare un volume, occorre creare i presupposti perché “viva” e si “rigeneri” nel tempo, occorre che si abbia la lungimiranza di capire dove porla per il bene del territorio e non del singolo comune, tramite il minimo impatto ambientale possibile e la massima rigenerazione e qualità auspicabile.

L’idea che mi sono fatto è che sia a Rovereto che a Trento hanno saputo mettere in rete tutto quello che avevano, il movimento Futurista, le bellezze naturalistiche, le eccellenze gastronomiche, la Grande Guerra, i reperti archeologici, senza che le due città entrassero in conflitto. Sono stati capaci di mettere su una storia, un filo conduttore che unisce le storie del territorio, perché le storie se ben raccontate hanno sempre fascino anche le più semplici.

Ecco forsenel Piceno, fermo restando le dovute proporzioni con le due città trentine, dovremmo prima capire cosa raccontare al turista che viene qui e anche come, solo così potremmo sperare di puntare sul turismo per salvare e rigenerare il nostro territorio e le nostre città.

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