Cultura e Spettacoli

Dialetto e risate al Paese Alto. E’ la magia del “Natale al Borgo”

GUARDA LA FOTOGALLERY. Successo per la prima giornata della manifestazione. Otto scenette più una itinerante. Si bissa il 27, dalle 15 alle 21

di: 26 dicembre 2011 @20:44

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Risate, passione e tradizione nella prima giornata della quindicesima edizione del Natale al Borgo. In un Paese Alto rinnovato, in seguito ai lavori di messa in sicurezza e ai recenti ritrovamente biologici, tanta è stata la gente accorsa per tuffarsi in un percorso unico nel dialetto sambenedettese.

Quarantacinque attori, otto scenette più una itinerante per 80 minuti irripetibili. Fino ad un certo punto: il 27 dicembre infatti si bisserà dalle 15 alle 21 per l’ultimo appuntamento.

L’evento, al quale ha presenziato l’assessore alla Cultura Margherita Sorge, è organizzato dal Comune, in collaborazione con il Circolo dei Sambenedettesi e l’associazione Ribalta Picena.

Guarda la nostra fotogallery. Foto di Emanuela Voltattorni.

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Un commento all’articolo

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  1. first scrive:

    Un plauso a chi organizza qualsiasi manifestazione che promuove il dialetto e la cultura locale, compreso ovviamente Natale al borgo.
    Ci sarebbero alcuni vecchi problemi da superare, e voglio elencarli perché credo che con poco si possano risolvere:
    -La fila per entrare al paese alto è chilometrica, e richiede di passare un’ora di tempo fermi al freddo, con persone che cercano di spingere e passare avanti, e altre che si intrufolano furbescamente nei vari passaggi secondari: è un meccanismo adatto ad una squadra di rugby, non a una famiglia con bambini o anziani.
    -Alcune scenette sono ripetitive e vengono riproposte da anni, con qualche voce che stona perché non ha l’inflessione tipica del dialetto sambenedettese. Ho visto la scenetta improvvisata di “cacalescie” che vendeva il pesce, e pur non avendo né capo né coda il dialetto è perfetto e naturale: non si potrebbe fargli fare da tutor a qualche interprete zoppicante?.
    -Gli spazi sono sfruttati male: si fanno scenette a terra in viette anguste, dove solo le 4 persone in prima fila possono seguire, le altre di accalcano dietro cercando di sbirciare.

    Io proporrei l’ingresso libero (senza imporre la fila) come fanno tutte le altre manifestazioni, presepi viventi e quan’altro, con la gente che gira liberamente tra le varie scenette, con qualche punto di ristoro magari più organizzato.
    Le scenette si potrebbero ridurre e far ruotare su 4 o 5 location ben scelte, angoli di piazza transennati o palchi con microfoni e impianti di amplificazione della voce. Le scene nelle viette strette si potrebbero fare sulle finestre o sui balconi. Si potrebbero sfruttare anche dei garage in cui inserire una rassegna di mestieri legati alla tradizione e brevissime scenette (calzolaio, fornaio, funaio, cantina, ecc.)
    Gli attori più veri (mi viene in mente “cacalescie” nella scenetta in cui vende il pesce) potrebbero fare da tutor a quelli meno naturali per aiutarli a migliorare la “calata”: è importante che il dialetto sia quello vero, altrimenti tra qualche anno, scomparsi gli interpreti più anziani, avremo dimenticato del tutto il nostro bellissimo vernacolo.

    Questi suggerimenti vogliono essere costruttivi e non polemici; detto questo, rinnovo il plauso per l’iniziativa che resta assolutamente lodevole.

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