Dialetto e risate al Paese Alto. E’ la magia del “Natale al Borgo”
Natale al Borgo 2011 (21)
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GUARDA LA FOTOGALLERY. Successo per la prima giornata della manifestazione. Otto scenette più una itinerante. Si bissa il 27, dalle 15 alle 21
SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Risate, passione e tradizione nella prima giornata della quindicesima edizione del Natale al Borgo. In un Paese Alto rinnovato, in seguito ai lavori di messa in sicurezza e ai recenti ritrovamente biologici, tanta è stata la gente accorsa per tuffarsi in un percorso unico nel dialetto sambenedettese.
Quarantacinque attori, otto scenette più una itinerante per 80 minuti irripetibili. Fino ad un certo punto: il 27 dicembre infatti si bisserà dalle 15 alle 21 per l’ultimo appuntamento.
L’evento, al quale ha presenziato l’assessore alla Cultura Margherita Sorge, è organizzato dal Comune, in collaborazione con il Circolo dei Sambenedettesi e l’associazione Ribalta Picena.
Guarda la nostra fotogallery. Foto di Emanuela Voltattorni.

Un plauso a chi organizza qualsiasi manifestazione che promuove il dialetto e la cultura locale, compreso ovviamente Natale al borgo.
Ci sarebbero alcuni vecchi problemi da superare, e voglio elencarli perché credo che con poco si possano risolvere:
-La fila per entrare al paese alto è chilometrica, e richiede di passare un’ora di tempo fermi al freddo, con persone che cercano di spingere e passare avanti, e altre che si intrufolano furbescamente nei vari passaggi secondari: è un meccanismo adatto ad una squadra di rugby, non a una famiglia con bambini o anziani.
-Alcune scenette sono ripetitive e vengono riproposte da anni, con qualche voce che stona perché non ha l’inflessione tipica del dialetto sambenedettese. Ho visto la scenetta improvvisata di “cacalescie” che vendeva il pesce, e pur non avendo né capo né coda il dialetto è perfetto e naturale: non si potrebbe fargli fare da tutor a qualche interprete zoppicante?.
-Gli spazi sono sfruttati male: si fanno scenette a terra in viette anguste, dove solo le 4 persone in prima fila possono seguire, le altre di accalcano dietro cercando di sbirciare.
Io proporrei l’ingresso libero (senza imporre la fila) come fanno tutte le altre manifestazioni, presepi viventi e quan’altro, con la gente che gira liberamente tra le varie scenette, con qualche punto di ristoro magari più organizzato.
Le scenette si potrebbero ridurre e far ruotare su 4 o 5 location ben scelte, angoli di piazza transennati o palchi con microfoni e impianti di amplificazione della voce. Le scene nelle viette strette si potrebbero fare sulle finestre o sui balconi. Si potrebbero sfruttare anche dei garage in cui inserire una rassegna di mestieri legati alla tradizione e brevissime scenette (calzolaio, fornaio, funaio, cantina, ecc.)
Gli attori più veri (mi viene in mente “cacalescie” nella scenetta in cui vende il pesce) potrebbero fare da tutor a quelli meno naturali per aiutarli a migliorare la “calata”: è importante che il dialetto sia quello vero, altrimenti tra qualche anno, scomparsi gli interpreti più anziani, avremo dimenticato del tutto il nostro bellissimo vernacolo.
Questi suggerimenti vogliono essere costruttivi e non polemici; detto questo, rinnovo il plauso per l’iniziativa che resta assolutamente lodevole.