Manuli: tornano al lavoro in 130
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Riaprono quattro reparti come previsto dal piano industriale presentato dall’azienda e approvato da lavoratori e sindacati confederali. Polemiche di Sdl e Ugl: «200 unità era obiettivo possibile». Sdl: negato incontro per definire aspetti organizzativi e salariali.
ASCOLI PICENO – Sono rientrati a lavoro nella giornata di oggi, lunedì 14, 130 operai (altri 10 rientreranno in seguito), così come previsto dal Piano Industriale presentato dalla Manuli e approvato dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil.
Un Piano discusso, modificato, contestato, alla fine per forza di cose approvato, con il voto anche degli operai, che in un primo momento, durante l’infuocata assemblea dell’11 novembre, lo avevano respinto per alzata di mano.
L’accordo prevede anche 3,7 milioni di euro per gestire cassa integrazione e mobilità per i restanti 270 dipendenti.
Di fatto oggi c’è stato il riavvio produttivo di una parte dell’azienda (i reparti Largebore 1, Tall, Refrigerazione e Bambury), mentre la restante, come sembra, verrà dismessa, allontanando così le poche speranze di una futura riapertura. Un punto, questo, sul quale molti rappresentanti sindacali interni avevano concentrato la propria battaglia, sostenendo che la dismissione di alcuni reparti sarebbe stata il primo tassello di un iter diretto alla chiusura definitiva e completa dello stabilimento Manuli di Ascoli Piceno.
Per i confederali, che hanno sempre cercato in questi mesi di evitare l’allontanamento dal tavolo della trattativa da parte dell’azienda, il risultato ottenuto con l’ultimo piano industriale rappresenta il massimo che si potesse ottenere.
Polemiche invece da parte dei Ugl e Sdl. La Ugl sostiene che l’asticella del rientro in azienda poteva alzarsi ad almeno 200 unità, e aggiunge: «Chi rientrerà in fabbrica vedrà azzerata tutta la contrattazione integrativa con pesanti ricadute economiche in busta paga e vedrà tagliati diritti normativi acquisiti. Per di più ci sono forti pressioni a disponibilità per forti flessibilità lavorative».
Il sindacato dei lavoratori contesta all’azienda di aver negato un ulteriore confonto per definire gli aspetti organizzativi legati alla ripresa dell’attività produttiva. «Dopo quattro mesi di stop – afferma Andrea Quaglietti del Sdl e Rsu di fabbrica – ci sembrava opportuno concordare volumi, organico, assetti organizzativi, prospettive future, salari e straordinari».

Non mi sono mai astenuto nè dalle critiche, nè dai complimenti. Faccio quindi i miei complimenti alla redazione di SBToggi perchè sono stati gli (quasi) unici a parlare, con una certa frequenza, del problema occupazionale relativo al nostro territorio. Sono saltati quasi 2000 posti di lavoro negli ultimi tempi se consideriamo anche parte della provincia di Teramo: Termotecnica Abruzzese e Biasi Sud (circa 400 lavoratori) e ATR (altri 400 lavoratori) su tutte, anche se altre aziende hanno ridotto e di parecchio (la Dayco per esempio da 120 è passata a 60 operai). In Ascoli la situazione è in caduta libera con le chiusure della Ahlstrom, il fallimento della Novico, la riduzione della Manuli (e sia chiaro a tutti che è solo una lenta agonia verso la morte perchè questa azienda nemmeno 5 anni fa contava quasi 600 operai), la Prysmiam (ex Ceat cavi), chiusura della SGL Carbon (che da un certo punto di vista è anche un bene visto l'inquinamento che produceva, ma negli anni 70/80 è stata un'azienda che ha dato lavoro a centinaia, forse migliaia di persone), la Foodinvest e poco più a nord la Itac. Sono solo esempi, drammatici esempi, di come ormai l'emorragia di posti di lavoro sembra irrefrenabile. E qui non abbiamo parlato degli indotti legati a queste realtà industriali (fornitori di vario genere, mense, imprese di pulizie, trasporti ecc ecc). Qui a San Benedetto ancora la percezione di questa crisi non è del tutto reale, proprio perchè la sua economia è basata sul turismo e il tenore di vita è leggermente al di sopra della media. Ma la ricchezza del nostro territorio nasce proprio dai suoi legami anche nel tessuto artigianale/industriale. Un operaio di Ascoli non si viene più a fare la passeggiata, gelato alla mano, nella nostra riviera…tanto per fare uno stupidissimo esempio. I motivi sono molteplici e le soluzioni ardue per essere riassunte in poche righe di un commento, certo è che bisogna tenere viva l'attenzione su un problema che riguarda non solo il nostro presente, ma sopratutto il nostro futuro.
Quello che ha detto Alessio deve essere un monito d'allarme non solo per i politici anche per gli industriali stessi che in un lungo periodo potrebbero vedere questa situazione rivoltarsi contro.